Rifare un opera del Rinasimento
In un'epoca in cui la ricerca dell'originalità a tutti i costi obnubila le menti di tanti artisti Nicolò D'Alessandro sceglie di rifare un'opera di un grande incisore del rinascimento. In una realtà dove i colori sono usati quasi con la cazzuola, tanto da acquisire, a volte, valenze plastiche, Nicolò li rifiuta, sceglie di essere un grafico puro. Riguardo alla prima scelta lo stesso artista dice "Nell'ultimo decennio, .... ho rivisitato il passato cercando di difendere la mia salute mentale dal massificato consumismo." Riguardo alla seconda scelta forse è impossibile capirla senza indagare a fondo il significato del suo segno, il suo farsi superficie, campitura, emozione cromatica, il suo disporsi sulla superficie con tutte le valenze significative che un segno grafico può acquisire. Se dalla lettura di quest'opera Nicolò può apparirci un novello Marcantonio Raimondi, un divulgatore di genio, siamo sulla via sbagliata. Niente di più falso! Nicolò non è l'artista che ha bisogno di esprimere la propria territorialità in qualsiasi ambito, producendo interpretazioni delle realtà dove già le interpretazioni esistenti tracimano, egli ha il coraggio di parlare con parole già conosciute, per esprimere concetti già noti. Dove non è necessario creare ex novo, non lo fa, ha il coraggio di rinunciarvi, ma sa scegliere le parole più adatte, le più collaudate per esprimere i concetti, fa riferimento ai maestri, ai grandi che hanno saputo esprimere i concetti con lingua più consona. Ma nei confronti delle opere dei grandi maestri non si pone come freddo riproduttore, ne interiorizza il discorso, lo fa proprio, ne modifica i tempi, le pause, lo rimodula, lo adegua al contesto, lo esprime con il timbro e l'inflessione della sua voce, lo fa proprio. Un'artista si avvicina alla carta con la punta impregnata di inchiostro con la stessa destrezza e sicurezza dell'incisore rinascimentale che si avvicinava alla lastra di zinco tenendo in mano il bulino o la puntasecca. Il metodo è lo stesso, lo stesso è il rito. Ma mentre l'incisore rinascimentale aspettava l'inchiostratura e il passaggio dal torchio per ottenere la copia della sua opera, Nicolò la costruisce a poco a poco, la vede nascere mentre lavora, ne rifinisce i particolari, ne campisce le superfici e lascia immacolato il fondo bianco laddove deve lumeggiare. Con questa scelta Nicolò non rinuncia ai colori, questi ci sono tutti, sono tutti in nuce, racchiusi in quel bianco delle lumeggiature che esprimono più il contenuto dello spirito dell'artista che una scelta del soggetto da riprodurre. Ma le vere parole del suo discorso sono i segni, ora tesi, ora contorti, ora deboli, ora accentuati. Dove la tensione scema il segno si fa lineare, con andamento continuo e spessore costante. Ma dove la tensione si accentua, il segno si contorce, si spezza, s'ispessisce, cambia direzione. Il tratto diventa così l'unico vero elemento significante del suo manifestarsi, tanto da poterne parlare come di una vera e propria "graphic action".
 
Diego Gulizia,
Il sacro nell'arte contemporanea,
San Cataldo,
30 aprile /10 maggio 2000