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"Nostra
Apocalisse quotidiana"
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Nicolò
D'Alessandro,
esponente
di
spicco
della
pittura
siciliana
e
nazionale,
attivo
dal
1961
con
numerose
personali
e
collettive
in
Italia
e
all'estero,
grafico,
una
vastissima
bibliografia
al
suo
attivo,
è
l'autore
del
volume
"Nel
cuore
della
città
antica.
La
poetica
di
Carmine
De
Angelis",
che
ha
recentemente
presentato
nel
corso
della
serata
inaugurale
della
mostra antologica
dedicata
all'artista
salernitano
prematuramente
scomparso
nel
1985.
Una
mostra
che
ha
riscosso
enorme
successo
di
pubblico
e
di
critica.
Lei
mancava
da
Salerno
da
molti
anni.
Ha
trovato
cambiata
la
nostra
città?
"Salerno
è
stata
per
me
importante
e
lo
è
ancora.
In
questa
città,
ricca
di
storia
e
di
cultura,
ho
scoperto
i
valori
della
solidarietà
e
dell'amicizia.
Vi
ho
soggiornato
in
tre
occasioni.
La
prima
volta
nel
1967
per
adempiere
agli
obblighi
di
leva.
L'impressione
che
riportai
allora
fu
di
una
città
elegante,
discreta,
forse
un
po'
borghese,
ma
dove
la
vita
scorreva
a
misura
d'uomo.
Conservo
di
quel
periodo,
fondamentale
e
formativo
per
la
mia
crescita
artistica
e
umana,
un
vivissimo
ricordo.
Giovane
soldatino,
in
libera
uscita,
vagavo
in
una
città
ancora
sconosciuta,
attratto
dal
fascino
antico
che
aleggiava
negli
angoli
della
parte
vecchia,
cercando
di
conoscere
la
sua
storia,
le
sue
abitudini.
Un
giorno
in
via
Botteghelle
notai
un
signore
che
in
un
negozio
di
frutta
e
verdura
tracciava
delle
figurine
su
dei
foglietti
di
carta.
Mi
fermai
ad
osservarlo.
Per
quell'inspiegabile
meccanismo
d'intesa
che
sempre
scatta
tra
persone
che
fanno
le
'stesse
cose,
che
nutrono
gli
stessi
interessi,
dopo
pochissimo
eravamo
come
amici
da
sempre.
Fu
un
periodo
esaltante
ed
irripetibile.
Da
Carmine
De
Angelis
conobbi,
infatti,
pittori,
poeti,
scrittori,
fra
cui
Franco
La
Motta
che
mi
offrì
ospitalità
nel
suo
studio
di
via
Duomo
16
dove
potevo
disegnare
a
mio
piacimento,
senza
problemi
durante
le
ore
della
libera
uscita.
Con
quei
lavori
organizzai
al
Circolo
La
Scacchiera,
a
palazzo
D'Avossa,
una
mostra
presentata
dal
pittore
Mario
Carotenuto.
Ebbi
modo
di
rinsaldare
la
mia
amicizia
con
Carmine
in
occasione
della
mia
venuta
a
Salerno
nel
1985
per
una
mia
personale
alla
galleria
"Etruria",
diretta
dal
figlio
Ciro.
Trovai
una
città
cambiata
nell'aspetto
e
nelle
persone;
una
città
che
aspirava
ad
assumere
il
volto
della
metropoli,
ma
dalla
quale
però
aveva
mutuato
soltanto
gli
aspetti
negativi.
Oggi
l'ho
trovata
più
ordinata,
più
funzionale
e
vivibile.
Ho
notato
che
è
stata
recuperata
la
vecchia
passeggiata
di
inizio
secolo
dall'Annunziata
alla
chiesa
di
Santa
Lucia.
Ho
meno
apprezzato,
invece,
l'illuminazione
"a
giorno"
del
centro
storico.
In
ogni
caso,
credo
che
si
stia
sulla
strada
buona
per
una
recupero
della
parte
antica
che
tanto
amo".
Ultimamente
ha
presentato
a
Palermo,
a
Palazzo
Asmundo,
"La
Valle
dell'Apocalisse",
un
disegno
a
china
nera
e
china
colorata,
iniziato
nel
1984
e
ultimato
nel
1992,
un'occasione
che
con
i
suoi
83,50
metri
è
la
più
lunga
del
mondo
e
che
si
può
considerare
il
compendio
di
tutta
la
sua
arte.
Cosa
l'ha
ispirato?
"Questo
faticoso
disegno,
nato
a
Palermo,
la
città
in
cui
vivo,
è
ispirato
ai
sentimenti
contraddittori
che
la
animano:
Palermo
non
vuole
essere
definita
capitale
della
mafia,
ma
ne
coltiva
le
segrete
modalità
comportamentali.
Pur
avendone
le
potenzialità,
non
riesce
a
definire
se
stessa
come
città
veramente
moderna.
Ho
disegnato
per
circa
due
anni
per
difendermi,
per
dimenticare
l'imbecillità
e
l'arroganza,
per
allontanare
la
cultura
della
violenza
e
i
fantasmi
che
prevaricano
stupidamente
questa
che
considero
la
mia
città.
Ho
pensato
ad
una
grande
allegoria
senza
confini,
un'allegoria
dell'insicurezza
di
un'epoca,
la
nostra,
assetata
di
novità,
di
sensazionalismi,
di
attualità
ad
ogni
costo,
di
falsi
pudori.
Vorrei
che
da
questo
lavoro,
dal
lavoro
in
generale,
emergesse
il
senso
della
moralità.
Del
probabile
"valore
artistico"
ne
faccio
davvero
a
meno.
Cose
più
urgenti
ci
assediano,
ci
condizionano,
ci
immalinconiscono.
Forse,
allo
stato
attuale,
è
più
importante
identificare
le
motivazioni
che
portano
alle
cose
che
le
cose
stesse".
La
Valle
dell'Apocalisse
è
diventata
anche
un
racconto
pubblicato
nel
'96
dalle
Edizioni
Mazzotta.
Quale
è
il
tema?
"Ho
immaginato
due
guerrieri
dalla
lunga
lancia
che,
dandosi
le
spalle,
stanno
a
guardia
della
grande
valle,
mentre
l'umanità
sfila
proponendo
il
proprio
multiforme
campionario
e,
alte,
si
levano
le
urla
che
annunciano
la
fine
dei
tempi.
Fin
quando
i
due
guerrieri
non
si
guarderanno,
impedendo
così
al
cerchio
degli
avvenimenti
e
della
vita
di
chiudersi,
l'esistenza
sarà
un
disegno,
una
finzione,
una
rappresentazione
di
se
stessa,
l'unica
dimensione
in
cui
l'uomo
è
libero
di
agire
e
di
sperare".
Quale
è
la
nostra
"apocalisse"
quotidiana?
"L'instabilità
soprattutto.
Poi
i
temi
del
disastro
ecologico,
la
sovrappopolazione,
le
grandi
migrazioni,
la
droga,
l'aids,
la
violenza:
questo
grande
disagio
collettivo
del
vivere
è
l'apocalittico
è
l'apocalittico
contemporaneo".
Quindi
vede
al
futuro
con
pessimismo?
"Un
angelo
incatena
il
Drago,
cioè
il
Diavolo,
dice
San
Giovanni,
per
mille
anni.
E
durante
questo
periodo
sarà
il
regno
dei
giusti,
poi
Satana
tornerà
a
sedurre
le
genti.
Infine,
il
Giudizio
finale,
la
sconfitta
del
Diavolo
e
l'avvento
della
Gerusalemme
Celeste.
E'
inevitabile:
s'avvicina
pericolosamente
la
fine
del
secondo
millennio
"buono".Ci
si
appresta
al
terzo.
Pieno
d'incognite.
Tutto
è
rimesso
in
discussione".
Corradino
Pellecchia,
Cronache
del
Mezzogiorno,
28
gennaio
1997
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