Disegni impossibili e rivelazioni di Nicolò D'Alessandro
Disegno vuol dire anche progetto, sogno, visione. Nicolò D'Alessandro sembra prendere alla lettera queste vicinanze di significato; nelle sue narrazioni disegnate, egli ama elaborare frequentemente racconti affollati di presenze, di fantasmi, di linee sempre essenziali anche nel loro infittirsi, deviare, riannodarsi. Fra pensiero iniziale e esecuzione l'artista avverte un baratro insuperabile: "sono decisamente più interessanti, più compiuti i disegni che immagino e che penso, di quelli che realizzo ed organizzo su carta".
Il disegno è quindi una narrazione improbabile, un cubo celeste, un'ossessione fisiognomica, una citazione indiretta e filtrata da maestri come Dürer o Goya. Da una parte, l'artista opera sulla sponda dell'improbabile, con una felice libertà, oggi alquanto rara; dall'altra ai suoi occhi il lavoro diviene ricerca, sete perenne, elegante germe di ribellione. Ma c'è dell'altro.
Nel diario del 1982, Frammenti di memoria praticabile, D'Alessandro scrive: "Vorrei che ogni disegno diventasse un sospetto in più, e non come sempre avviene, una certezza".
L'artista è, insomma, e deve essere naturalmente, un osservatore visionario, un detective. E' in questo continuo scontrarsi e riavvicinarsi di metodo e di fantasia, mi sembra, uno dei fatti-cardine della poetica di D'Alessandro.
L'intelligenza dell'osservatore/artista è implacabile nell'inseguimento di fantasmi mai catturabili, se non per un istante.Le opere di D'Alessandro, e non solo quelle a china, parlano di questo difficile acume nell'"esplorazione" artistica: di questa ansia di figure, di questo affollarsi di presenze che colorano, nel loro illusorio bianco e nero, la bella solitudine del narratore.
I disegni di D'Alessandro esibiscono spesso volti umani assunti ad emblemi crudelmente essenziali nella rigorosità delle linee e del segno: possono comparire all'improvviso il barone di Mûnchausen, Bosch, S. Giorgio e miriadi di altri simulacri, presi nella rete di un'immaginazione straordinariamente nitida e ricca. Il lavoro artistico deve significare per l'artista libico e siciliano insieme una sorta di continua iniziazione, di rito perenne e nuovamente nascente. Di lui ha notato Leonardo Sciascia: "Si ha il senso, di fronte alle sue cose, che il disegno sia per lui un'idea religiosa".
L'apocalisse disegnata è il tema di un'opera (1995) di notevoli dimensioni (m. 83 x 1,50) cui l'artista si è dedicato per lungo tempo.
Il titolo, "La valle dell'apocalisse", illustra esaurientemente l'ambientazione di questo "nastro" quasi smisurato nel quale prendono corpo soggetti inquietanti.
La moltitudine umana, i suoi incubi, il suo tempo feroce e immateriale ne sono protagonisti ed ombre.
In un racconto eponimo, l'artista ha raffigurato una di queste scene: "Urlavano. Urlarono senza sosta, senza più lacrime, le urla. Per la terra, l'acqua, il cielo in un tempo già trascorso e per giorni che sarebbero venuti. Lamenti e gridii si mescolavano alla memoria".
Due guerrieri si fronteggiavano ai margini estremi dell'opera. Il loro sguardo incrocia tutto il disordine di cui si è detto.
Proprio il guardare (l'oculatezza, il riprendere spessore dei sensi ancestrali in caso di pericolo) è l'azione sostanziale della "Valle dell'apocalisse".
Un'apocalisse arcaica e moderna, nella quale s'intravede tutta la forza della fiaba e della ragione che D'Alessandro vuole comunque indicare parallelamente alle sue visioni.
 
Marco Amendolara ,
Apparizioni a mezzogiorno,
Tesauro e la Fabbrica Felice, Cetara,1999.