La Forma è un serpente
Al Palazzo Asmundo, nell'umido febbraio palermitano, è possibile vedere "Il disegno più lungo del mondo": gli 83,50 metri della Valle dell'Apocalisse, a cui Nicolò D'Alessandro lavora da anni con un entusiasmo pari alla sua ironia.
Ma la Valle dell'Apocalisse non è solo un disegno magnifico e sorprendente, è anche il compendio del talento di Nicolò D'Alessandro e delle sue motivazioni più profonde. Come se l'angoscia, che risiede sempre nell'anticamera dell'arte, ne fosse anche lo scialo. Un disastro epocale sembra sconvolgere i volti e le cose: ma l'artista lo descrive con la stessa amorevole cura, con lo stesso dolce compiacimento con cui la madre si lascia dilaniare dagli umori dei figli.
La Forma di Nicolò D'Alessandro è un serpente che gira e rigira intorno alla mela del desiderio. Mentre la seduzione e la passione del segno raggiungono il loro fasto, l'artista guarda sgomento e sardonico la sua stessa solitudine, il suo stesso ardore sempre come trascorso. L'intensità è tutta dietro. Davanti, sulla linea dell'orizzonte, lungo l'orlo del disegno, non ci sono che i fantasmi della estraneità, dell'ipocrisia, dell'inganno. Non si tratta più della romantica irriducibilità dell'arte alla società; ma di una tecnocratica indifferenza dell'apparato linguistico di massa alla complessità dell'arte vera. L'artista, insomma, parla straniero.
Come molti personaggi del suo disegno, anche l'artista guarda con occhi vitrei la complessità della sua vocazione. Ma intanto egli, sogghignando, getta alla realtà il suo sfrangiato guanto, che vola nell'aria come un piccolo, sinuoso mostro di amore e di morte.
 
Michele Perriera,
Con quelle idee da canguro,
Sellerio Editore, Palermo, 1997