Uno spazio per la Valle
Il sistema museale può essere definito il momento finale della catena ideativa di un'opera. È nella ricezione del pubblico che essa conclude il suo íter, andando a volte oltre le esplicite o implicite intenzioni dell'autore, innescando un rapporto problematico con il suo fruitore. Certamente intorno alla organizzazione dei musei e dei luoghi di fruizione dell'arte si affastellano numerosi problemi di natura economica e sociale; ma è indubbio che sotto la banale osservazione che l'opera è lì per essere vista da qualcuno si nascondono alcuni problemi di natura teorica. È noto come molte opere oggi si osservano in luoghi diversi da quelli per i quali erano state destinate: come influisce questo nella loro ricezione? In fondo, lo stesso concetto di museo sottolinea il fatto che vi sia un posto deputato per accogliere, si potrebbe dire in maniera artificiosa, le opere artistiche. Proprio su queste osservazioni del resto si sono giocati i nodi teorici di molti filoni dell'arte contemporanea.
La Valle dellApocalisse di Nicolò D'Alessandro [...] ha posto in primo piano proprio dei problemi legati allo spazio espositivo. Originariamente, secondo le indicazioni dell'autore, era pensata in modo tale che fosse disposta in maniera circolare, con un'entrata per gli spettatori che in questa maniera si posizionavano al centro dallo spazio creato proprio dallo stesso disegno. Esso quindi non solo era l'oggetto dello sguardo del fruitore, ma era anche lo sfondo, l'orizzonte dentro il quale la fruizione aveva luogo. Così, il continuo avvicinamento dello spettatore verso l'opera, per meglio mettere a fuoco scorci del disegno, poteva avvenire all'interno della dimensione creata dall'opera stessa che, si potrebbe dire, poteva essere definita il "museo di se stessa". Proprio le stesse caratteristiche del disegno, eseguito con la china e composto da una serie di figure mitologiche, oniriche, fantastiche, simboliche che sormontano lunghe file di uomini in processione, favoriva questo continuo gioco fra la ricerca del particolare e la contestualizzazione nel generale.
Nell'esposizione di Palazzo Asmundo l'opera è stata invece posizionata seguendo l'andamento di tre sale, con il disegno che entrava e usciva da esse: in questo caso lo spettatore perdeva l'effetto di sfondo e di orizzonte perché già "obbligato" dalle ridotte dimensioni ad essere più vicino al disegno: quell'effetto probabilmente rimaneva come implicito, ritenzionalmente presente nella percezione del disegno, che così assumeva diverse connotazioni.
 
Vincenzo Barbarotta,
Nuove effemeridi, n. 34, 1996