L'Apocalisse disegnata
La biografia artistica di Nicolò D'Alessandro è fitta di luoghi, di riferimenti geografici che sono anche ­ nel suo caso ­ simbolici. Emerge da essi il volto sfaccettato e imprendibile del Sud. Nato a Tripoli ma da sempre residente a Palermo, D'Alessandro già nel 1961 comincia a esporre le sue opere negli angoli più vari della Sicilia. Poi, una lunga serie di mostre anche personali in città di tutto il mondo: da Bucarest a Amsterdam da Mosca a Praga, da Spalato a New York ­ senza tralasciare città italiane (fra cui Salerno, presso la galleria Etruria).
La sua storia artistica ed espressiva parte dunque dalla Sicilia, e di questa regione, l'attività di D'Alessandro è anche uno studio indiretto. Non nel senso di ritratto fotografico; ma piuttosto in un senso archeologico-interpretativo, secondo cui l'artista riscrive e rivive i segni storici linguaggi dei suoi luoghi natali e di se stesso. Da qui, forse, il privilegiare il colore nero, la china, e quindi il contrasto fra la bianchezza luminosa della carta e gli arabeschi precisi e stilizzati delle linee d'inchiostro. Non si tratta di "interpretare" semplicemente il passato. Si vuole sottolineare, qui, che D'Alessandro cerca unità fra l'esprimersi e il narrare le mitologie da lui ascoltate nei luoghi d'origine.
Nel suo lavoro egli da spazio soprattutto all'attività di disegnatore finissimo, che vuote per prima cosa suggerire e evocare i varchi invisibili dell'osservazione, dello sguardo. Vale a dire gli spazi aperti fra osservatore e oggetto osservato.
Non accade soltanto che lo spettato si senta irretito nei grovigli ordinati e armoniosi dei segni di D'Alessandro; avviene anche che quegli stessi disegni contestano accenni di visione, mostrino la propria "capacità" di osservare. Difatti buona parte delle opere di D'Alessandro presenta soggetti occhiutissimi, intenti alla visione, all'osservazione ­cui si mescola un senso di precisa crudezza. In alcuni disegni, dall'occhio del soggetto partono dei trattini che indicano propriamente il suo guardare, suggerendo un percorso che divide, "taglia" la carta stessa.
Questo studio della visione, dell'osservazione, è una delle linee di base del lavoro dell'artista siciliano. Il tema ritorna, infatti, in un suo recente disegno di notevoli dimensioni (metri 83 x 1,50). Il titolo dell'opera è "La valle dell'apocalisse".
Una realizzazione faticosa, paziente, in cui la china e la carta hanno impegnato a lungo l'autore. Ne è venuto fuori un lunghissimo "nastro" di soggetti inquietanti; una folla umana infinita, volti noti e anonimi circondati da mostri d'incubo, figure apocalittiche, falsi dei. Anche qui gli sguardi contano decisamente. Gli stessi soggetti rappresentati mostrano sovente la propria "oculatezza". A volte un occhio è più grande dell'altro, a significare avidità, lungimiranza, crudeltà... L'effetto dell'opera è coinvolgente e, per così dire tridimensionale. A questo lavoro, l'artista ha dedicato un lungo racconto eponimo. La folla umana, i suoi incubi, il suo tempo immateriale e feroce ne sono i protagonisti, o per meglio dire, le ombre.
"Urlavano. Urlarono senza sosta, senza più lacrime. Urta. Concitate si spandevano in tutte le direzioni, le urla. Per la terra, l'acqua, il cielo in un tempo già trascorso e per i giorni che sarebbero venuti Lamenti e gridii si mescolavano alla memoria di essi. Suoni infami e innaturali salivano su, su verso il cielo di nuvole".
E' l'inizio del racconto; appunto uno specchio del disegno stesso. Chi racconta? Forse solo una voce. Gli unici "personaggi" del disegno ­ e del racconto ­ si incarnano forse nei due guerrieri che si fronteggiano ai bordi estremi dell'opera. Il loro sguardo incrocia tutto il disordine di cui si è detto. Eppure D'Alessandro ­ nel rappresentare una così moderna e insieme arcaica apocalisse ­ conserva una sua personale fiducia. Che e quella delle fiabe e ancora più, della ragione.
 
Marco Amendolara,
Nuovo Sud, 15-31 ottobre 1996