Nel luogo del riscatto
C'è una frase di Angelo Fiore, accorto quanto accorato scrittore siciliano, che colpisce per l'efficacia con la quale entra in quell'argomento oscuro che è il precipitare dell'esistenza.
Essa recita: "Una tendina di velo ci separa dal caos, dal nulla". Questa vibratile "tenda", in un certo senso, tenta di squarciare, con l'uso di una caustica scrittura segnica, Nicolò D'Alessandro. E lo fa trascinando con sé quella eterogenea popolazione navigante sulle orrifiche visioni d'una valle, che si mostra come la spirale dell'Apocalisse. Ma è più un'apocalisse interiore, quella denunciata da D'Alessandro: cioè un "caos" ­ secondo l'accezione di Fiore ­ capace di accogliere la perdita dei valori, l'assottigliamento dello spessore culturale e morale, la frantumazione dei punti di riferimento, il senso della dispersione, del sentirsi, pur fra tanto, troppo, rumore, isolati e senza alcuna possibilità di un colloquio ristoratore.
Allora il lungo, lunghissimo, periplo di disegni (chine e chine diluite per oltre 83 metri!) circoscrive ed esorcizza questo enelave disadorno di progetti efficaci, dove uomini, intellettuali, artisti, sembrano aver smarrito la cifra della propria dignità e avere perduto ogni possibilità sana di raccordo.
Questa "valle", che è valle di una Sicilia eteromorfa, solcata dal volo di ippocampi, o quanto meno da oscure creature, un tempo appartenute alla fantasia, al mito, ora rispecchiano, o meglio riflettono, una popolazione che è sì della Sicilia, ma di quella Sicilia dove si riversa e si sostanzia la metafora del mondo. In ogni caso è questo scenario, ove convergono le corrusche sembianze dell'atmosfera e del paesaggio, ad offrirsi alla desolazione (non è peregrina la citazione di Eliot), all'angoscia del foglio bianco, pronti a rappresentare, per l'artista, elementi privilegiati attraverso i quali testimoniare del suo impegno civile ed etico (se fosse uno scrittore verrebbe inserito tra i moralisti.
Ciò che occupa questa scrittura non è la calligrafia, quanto l'ossessione per la calligrafia. Di modo che, questa non diventa elemento di "decoro", cioè orpello estetico, maniera, quanto si eleva a marchio di una categoria, quindi espressione di una ricerca basata essenzialmente sulla dinamica della linea, capace di affidare alle icone della figuratività ­ collegata per scelta e per tensione ai grandi maestri rinascimentali ­ il proprio disagio, ma, anche, la propria nota di modernità. Su questa base il percorso creativo di Nicolò D'Alessandro si trasforma, amplifica i dati culturali assunti dalla, e per la Sicilia, dai suoi umori umani, con quel valore metaforico già attribuitole da Leonardo Sciascia.
Allora troviamo che tutto il positivo e tutto il negativo converge in questo ecumene; l'orizzonte, oltre che appartenere agli angeli del castigo, è luogo dei demoni, dell'abisso. Poi si affolla di vulcani, soli splendenti, quiescenti polle, alberi mitologici, simboli ­ questi ­ di una cultura legata al gusto antropologico, raccordata alla promanazione di segnali islamizzanti, all'affioramento di modelli preistorici, quasi in uno sviluppo darwiniano.
Per alcuni aspetti il percorso linguistico di D'Alessandro si associa, ma soltanto in parte, al senso della spettacolarità e del meraviglioso. E quando lo manifesta, dà sfogo alla sua ansia ludica, alla pertinente ironia. In realtà vuole offrirci il ventaglio plurimo del disagio, quale condizione non definita, quale momento per il riscatto da un possibile, se non irreparabile dolore.
 
Aldo Gerbino,
Kaléghé, gennaio-aprile 1996