Nicolò D'Alessandro: intorno alla Valle*
Nicolò D'Alessandro, che cos'è La Valle dell'Apocalisse?
 
"La Valle dell'Apocalisse è un lungo disegno forse spropositato, profondamente teatrale, un disegno fuori misura. Probabilmente questo è l'unico disegno che dichiara la mia sicilianità in quanto è eccessivo, ridondante. Un disegno lungo 84 metri è un qualcosa che dovrebbe instaurare, e in realtà instaura un sospetto. Per me è un "pensiero apocalittico". Oggi viviamo immersi nell'apocalisse, non giovannea naturalmente, del quotidiano. Tutto ciò che facciamo è assolutamente disperso, vanificato da una stupidità collettiva che non ci consente quello spazio mentale che coincide con il sogno, con l'utopia, con la speranza. E' apocalisse la guerra che in qualche parte del mondo qualcuno fa, è apocalisse il grande flagello dell'AIDS, è apocalisse l'avanzare della violenza. Questo fenomeno dilagante, volgare sotto qualunque punto di vista lo si legga è il rifiuto della collettività per il desiderio, la vanità e soprattutto per il profilo e l'interesse di pochi. Quando un uomo non capisce ciò, non fa altro che vivere una dimensione che voglio definire apocalittica. E' vero, ho disegnato quest'opera circolare di 84 metri, eccessiva per alcuni, folle per altri; disegno un pò più lungo per me che però lavoro tanto. Il disegno tuttavia lo abbiamo sostanzialmente fatto tutti. Anch'io sto dentro la Valle perché sono un operaio che racconta ciò che il mondo ha già descritto bene. In fondo La Valle dell'Apocalisse è un disegno che l'uomo in questo momento, sta vivendo. Lo ha sempre fatto".
 
Perché è così grande la voglia di stupire a tutti i costi?
 
"Io paradossalmente non ho voglia di stupire né di confondere nessuno. Voglio solo disegnare. Spero emerga questo grande desiderio, questa smisurata voglia di disegnare. Tempo fa, qualcuno forse lo ricorderà, disegnai La nave dei folli. Una grande nave, la più grande di tutte, la più grande che si possa immaginare. Si può ad un uomo togliere tutto, ma non gli si può togliere il desiderio. Non lo si può misurare; non si può annullare la forza del mio desiderio, parlando di me. E così, a distanza di qualche anno, mi sono cimentato disegnando la Valle non certo per realizzare una valle tutta mia: non ho la passione né il desiderio del possesso; voglio invece rivedermi nel disegno come se fossi all'interno di un sogno in bianco e nero assieme agli altri. E ho verificato ciò quando ho presentato questo disegno all'Auditorium di Santa Chiara, a Racalmuto, il paese di Sciascia. La gente all'inaugurazione ha cominciato a girare, a guardarsi intorno, a ritrovare in questi miei personaggi ­ qualcuno lo ha anche detto ­ una parte di se stessa. La stessa cosa, a parecchi chilometri di distanza, è avvenuta, successivamente a New York, dove qualche visitatore, poiché questo disegno veniva da Palermo, cercava volti di mafiosi. Ciò dimostra chiaramente che La Valle dell'Apocalisse colpisce nel segno: non vuole fare spettacolo; la vita è spettacolo".
 
Chi sono i personaggi che animano La Valle dell'Apocalisse?
 
"Tutti noi. Ho attinto a piene mani all'iconografia dedicata al tema dell'apocalisse nella cultura orientale ed occidentale. Ho rispolverato la mitologia greca, la mitologia persiana, la mitologia indiana e ho utilizzato le immagini più note della storia dell'arte, quelle che la storia ci ha restituito. E poi, in maniera intrigante, ho aggiunto il fatto casuale, l'immagine che si andava via via presentando, sollecitato dall'enorme flusso di stimoli visivi che subiamo. Tra tante anime in pena, quali in fondo noi siamo, è entrato del disegno qualche politico, qualche amico, qualche visitatore del mio studio, perché inventare migliaia di personaggi sinceramente non è una cosa facile. Per cui mi sono aiutato con le immagini che ci aggrediscono dal televisore, dai giornali ma anche facendo il ritratto agli amici che venivano a trovarmi in studio durante il lungo periodo della realizzazione".
 
Quali sono i desideri, le domande, le paure suggerite da questo disegno?
 
"Il desiderio è superamento della violenza, l'utopia di una visione molto più umana dell'essere umano. Lo suggeriva Montaigne. Il sogno di una maggiore adesione alla realtà, e non alla violenza; e poi cercare, ed è quello che facciamo tutti, e il disegno diventa un fatto privato a questo punto, di non essere completamente infelici".
 
Lei dice: la Valle è lo svolgersi di un rotolo, alla fine si scopre l'inizio. Ma qual è l'inizio?
 
"Come si fa a raccontare un disegno! Potrebbe essere letto in maniera metaforica, come l'eterno ritorno, questo eterno presente che viviamo quotidianamente con la televisione; potrebbe essere una risposta. Non c'è un inizio, non c'è una fine. In definitiva, se si dovesse assimilare questo disegno a qualcosa, potrebbe essere paragonato benissimo ad una telenovela che dura da anni ed è sempre uguale e sempre diversa, anche perché fortunatamente i protagonisti invecchiano e vengono sostituiti per limiti di età. La vita restituisce il senso della realtà. Ecco, il disegno è un lungo rotolo, un lungo disegno. Io mi sono fermato a 84 metri perché era un progetto preciso. Ma se qualcuno vuole continuarlo, sono disposto, con il suo aiuto, a ricominciare daccapo".
 
Questo disegno rischia di procurare angoscia al fruitore che rischia di perdersi al centro di questo cerchio.
 
"Per carità! Parlare di angoscia, oggi, è diventato quasi un vezzo. Viviamo così tanti problemi che escludono che un disegno possa angosciare qualcuno. Se pensiamo che i bambini vivono emotivamente, piangono, si emozionano persino con un'immagine orripilante come quella di ET, riescono a riconoscerne i sentimenti umani, credo proprio, allora, che non si possa parlare di angoscia di fronte ad un disegno che è bidimensionalità, che è finzione senza azione. Oggi non credo che l'uomo possa rimanere turbato da una superficie statica come quella di un disegno, di un quadro o dalla lettura di un libro. Non si angoscia più neppure di fronte ad una guerra che si svolge in diretta, che vede attraverso il suo televisore. Una realtà virtuale dovrebbe aiutarci a riflettere sulla stupidità umana, ma ciò invece non avviene. E' mutata la capacità percettiva dell'uomo e per conseguenza anche la sua sensibilità".
 
Quanta Sicilia c'è dentro questo rotolo?
 
"Qualche centimetro, forse ottantaquattro metri, probabilmente niente".
 
A New York cercavano le coppole, però!
 
"In America cercavano i volti dei mafiosi noti, le immagini dei mass media, cercavano ancora una volta un'immagine televisiva".
 
Lei ciò glielo ha negato. Non ci sono questi volti nel disegno.
"Mafiosi possono essercene: possiamo incontrarli aprendo qualsiasi porta troviamo sul nostro percorso, per strada ovunque".
 
Lei dice che la gente non pensa più. Perché secondo lei?
 
"Perché si lascia attraversare dai suoni e dalle immagini e non vuole crescere. Credo che stiamo vivendo un'epoca molto infantile. L'uomo non vuole assumersi alcuna responsabilità: delega la televisione, delega la scuola, delega i politici, perché risolvano i suoi problemi personali".
 
Quali le cause di tanto degrado in cui, in particolare, si trova la nostra Isola?
 
"La domanda presuppone risposte anche scontate e non voglio cadere nella retorica. Quando si parla di degrado di un luogo bisognerebbe immaginare un luogo come tutti i luoghi. Ma non è un alibi sapere che le condizioni generali, nell'intero pianeta vanno male. Dobbiamo preoccuparci del perché andiamo male. Perché abbiamo deciso, proprio così, di vivere male, da sempre. Abbiamo scelto la finzione, in maniera furba non i maniera onesta".
 
D'Alessandro, alla fine questa Sicilia si salva?
 
"Per carità! Deve salvarsi. Nessuno di noi può immaginare il suicidio o un'apocalisse risolutoria. C'è apocalisse ed apocalisse. La mia apocalisse è inventata. E' un sogno di speranza. E' un progetto della speranza. Se si toglie la speranza all'uomo, l'utopia, che cosa rimane? Rimangono le sirene delle scorte di protezione di coloro che devono proteggerci, rimane l'arroganza dei mafiosi, cosa rimane d'altro? Per carità, la vita è davvero bella e bisogna viverla con gioia...".
 
* Trascrizione dell'intervista rilasciata nel 1992 alla emittente televisiva RTC, Trapani
 
 
Giacomo Pilati,
cat. mostra Palazzo Asmundo,
edizioni Guida, Palermo 1996