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Anche
per un giorno
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"Ci
fu un grande terremoto,
di cui non si era
mai visto l'uguale
da quando gli uomini
sopra la terra.
La grande città
si squarciò
in tre parti e crollarono
le città
delle nazioni. Dio
si ricordò
di Babilonia per
darle da bere la
coppa del vino e
del furore della
sua ira. E tutte
le isole fuggirono
e i monti non si
trovarono più".
E' funesta la descrizione
del giudizio finale
raccontato nell'Apocalisse,
il libro che conclude
la Bibbia.
Sono
forti le immagini
di estrema violenza
contenute in queste
Sacre Scritture.
Terrificante appare
la lotta tra Dio
e le potenze mondane
con l'annuncio finale
della distruzione
cosmica.
Sono
passati ben 1900
anni da quando,
secondo la testimonianza
di Ireneo, il libro
sarebbe stato scritto:
nel 96, appunto,
durante la crudele
dominazione di Domiziano.
Ed è per
una strana coincidenza
che, in questo anniversario,
La Valle dell'Apocalisse,
il disegno più
lungo del mondo,
viene esposto a
Palermo. Ma forse
più che coincidenza
si potrebbe parlare
di uno strano scherzo
del destino. Ma
chissà se
si tratti soltanto
di semplice fatalità.
Come le Sacre Scritture,
anche l'opera dell'artista
siciliano suscita
forti emozioni.
Sensazioni fatte
di stupore e di
riflessioni. Di
memorie che si rincorrono.
Di epoche lontane.
Di storia e di cronaca.
Tutto attraverso
il lungo filo di
un tratto a china.
Nella
lunga carrellata
di personaggi, ritratti
da Nicolò,
con grande capacità
profetica, sono
tanti i volti di
potenti e di ex
potenti, una volta
intoccabili e oggi
finiti dietro le
sbarre. Il destino
per loro venne segnato
da un altro terremoto
chiamato tangentopoli.
Ed eccoli nel disegno
serafici e convinti
che il loro predominio
sulle cose e sulle
anime non dovesse
mai terminare.
Eccoli
a volte ammiccanti,
a volte corrucciati,
con i loro ghigni
di uomini-dèi.
Ma anche per loro
arrivò un
giorno un cavaliere.
Un guerriero che,
con una folata di
vento, rimescolò
le carte. E ridisegnò
gli scenari. Il
vecchio scomparì
e venne il nuovo.
Un nuovo spesso
soltanto di facciata.
Ed è proprio
sulla presunzione
di nuovismo che
gli uomini di questo
fine millennio,
in Italia, si dilaniano
a lungo. Parlano
in un chiacchiericcio
fastidioso di prime
o seconde Repubbliche,
dove si fa tendenza
da un monitor sempre
acceso.
E
nella Valle ridono,
sgranano gli occhi,
soffrono, si scherniscono
o schermiscono tra
di loro. Eppure
per tutti loro:
vivi, già
morti o moribondi
c'è un posto.
Nel regno del bene
o in quello del
male. Nel bianco
o nel nero. Ma soprattutto
nel grigio che invade
la maggior parte
delle loro esistenze.
In
un tratto sulla
Apocalisse
Isaac Newton sosteneva,
alla fine del Seicento,
che la verità
delle profezie può
essere dimostrata
scientificamente.
Una pretesa questa
sicuramente lontana
dagli intenti di
Nicolò D'Alessandro.
Oppure no?
Giovanni
Franco,
cat.
mostra Palazzo Asmundo,
edizioni
Guida, Palermo 1996
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