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La
culla del canto
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Dinanzi
alla soglia, sugli oscuri
battenti delle parole mai
dette, sulla linea di confine
dove il tempo e la morte
combattono quella non evitabile
lotta che ha come posta
in gioco la Vita, in questo
luogo dove si entra e attende
l'avventura, il poeta, il
creatore di immagini, inventa
il suo destino e costringe
nel tempo la narrazione
dell'infinito.
Egli
sa che questa soglia è
inevitabile, che la visita
del nulla è necessaria,
che il racconto deve cominciare:
e quando giunge a questo
confine estremo, allora
la valle dell'apocalisse
si estende impietosa dinanzi
ai suoi occhi e invade il
suo spirito immoto: si popola
il suo cuore dei sogni e
delle immagini del tempo
perduto, dei mostri della
notte e delle dolci figure
del giorno, dell'orrore
dei ricordi e delle trasparenze
del presente, degli abitatori
della memoria e del rimpianto,
dei fiumi e delle acque
dell'origine, delle vette
e delle pianure dell'esistenza,
degli angeli e dei demoni
(della rassegnazione e della
speranza) che volano sui
cieli neri e grigi dell'indicibile.
Ha
trovato, il poeta, la sua
valle aorgica, il luogo
indecifrabile delle sue
cifre, la ininterrotta sequela
delle sue immagini, la infinita
processione dei suoi dolori,
in un divenire che ha come
oggetto la morte e come
fine la Rinascita, attraverso
le figure della narrazione
e della salvezza.
La
Valle dell'Apocalisse
di Nicolò D'Alessandro
è questo luogo: un
luogo insieme estetico ed
etico, il luogo della poesia
(e delle sue infinite nascite)
e della vita (e del suo
ininterrotto morire), il
mondo che al dì là
del tempo attende e che
nel tempo precipita verso
il nulla, l'organizzato
caos delle cose perdute
che si organizza in un nuovo
perdersi delle cose, l'ordine
delle figure e dei mostri
della memoria, la ricomposizione
e la riunificazione degli
elementi separati che stanno
all'origine dei miti di
fondazione dell'anima: il
Ritorno sofferente e liberatorio
alla Culla del canto, al
Ventre della morte, alla
terra fecondata della Vita.
Insieme insonne incubo e
consapevole sogno, speranza
e disperazione, dispersione
e grumo di sentimenti, ritmato
da una musicalissima sospensione
del tempo, diviso da una
rigorosa successione di
elementi e di immagini.
Questa
valle è traversata
da tutti i fiumi infernali
e da tutte le vette inaccessibili,
segni della memoria (se
Morte non è quel
che dopo accoglie, ma quel
che abbiamo vissuto e in
stato di non essere attivo
ci accoglie); è abitata
da uomini e mostri, da meretrici
e madonne, da stelle lontane
e da divinissimi soli, da
Dio e dal demonio, da teschi
antichissimi e palpitanti
creature, da serpenti e
uccelli, da carezzevoli
spose e da indifferenti
arpie, quasi a significare
il mondo insonne della memoria,
la remota valle del giudizio,
l'inferno ricorrente nel
quale e dal quale la poesia
nasce sempre dalle sue ceneri,
dalle ceneri del tempo,
e rinnova rinnovandosi.
Racconta,
La Valle dell'Apocalisse,
il futuro e il passato,
nel presente della sua narrazione,
ma canta sopra tutto il
passare, e passando trascorrere
su tutti i tempi e su tutte
le culture, sui miti dell'oriente
e su quelli dell'occidente,
invitando al circolare viaggio
il bestiario della memoria
e lo zoo della morte, un
poco Brueghel e un poco
Bosch in questo ininterrotto
notiziario del fluire, in
questa corrente irresistibile
che canta il dopo che è
prima di noi (quando l'arte
lo concepisce) e il prima
che è sempre oltre
(quando l'arte lo dice).
E raccontando la sua anima
nella obiettività
misteriosa dell'Immagine,
D'Alessandro con la sua
valle racconta il mondo,
nella sua valle manifesta
il non essere, per la sua
valle accompagna l'errante,
timoroso pensiero che teme
l'apocalisse, e della sua
valle fa l'Apocalisse, la
profezia del passato e il
giudizio del presente, perché
il tempo che verrà
possa valersi della rivelazione
dell'arte e diventare puro
e senza più storia.
Come
tutte le opere davvero grandi,
La Valle dell'Apocalisse
racconta il destino
e rivela la sua verità
raggiante di oscuri bagliori,
insostenibili per chi non
si addentri dentro di essa:
continua il tempo che finisce
nella brevità delle
singolari esistenze e immette
nel tempo senza tempo della
poesia, nel territorio mai
compibile del poetico, raccontando
il Viaggio attraverso la
Notte e la Morte, e infine
rivelando il Ritorno, la
via d'uscita, ripetibile
e circolare, che nuovamente
immette nelle acque tenebrose
della memoria. Come tutte
le opere che dicono l'indicibile
che rappresentano l'irrapresentabile,
che inventano l'inesistente,
che percorrono le strade
dell'origine fino alla verità,
essa è un'Opera-Mito,
mistica e iniziatica nella
sua essenza e nel suo svolgimento.
Queste
Opere-Mito sono generate
nel tempo ma operano fuori
dal tempo, per la assoluta
loro capacità di
porsi come Verità
e Sguardo sull'Ignoto dell'esistenza
umana. Indipendentemente
dalla volontà geniale
che le ha costruite, esse
sembrano accadere misteriosamente,
riassunto di secoli di dolori
e di speranze, di attese
e di compimenti di generazioni
molteplici, consumate e
raccolte in un Canto che
appartiene ai popoli e ne
riassume il pensare e il
vivere, quella nitidezza
di una narrazione sempre
rivelativa. Le Opere-Mito
appartengono più
alla Poesia che ai poeti,
allo Spirito più
che al mondo, alla Verità
più che all'apparenza:
sono mondi separati e perfetti,
perennemente luminosi, dolentemente
sereni, senza specchi che
riflettano la semplice individualità
di singolari esistenze,
simili a prismi che consentano
alla luce di convergere
e mutarsi nella pluralità
dei colori dell'arcobaleno,
compendio della Vita, sintesi
del separato, immagine dell'indistinto
e dell'indicibile. Esse
incarnano la verità
poetica, che non si dice
e non si racconta in modo
univoco, ma nella pluralità
del suo manifestarsi: perché
la Verità non è
prima della parola poetica,
ma è da essa determinata,
e dunque determinata in
modo plurale: le verità
che la poesia pone in scena
sono tutte egualmente
vere, indicanti l'essenza
di un altro aspetto (che
coglie l'intero pur esso)
indichi una ulteriore verità
poetica. Queste verità
che la Poesia intuisce e
compone nel canto sono,
per loro natura originaria,
verità sapienziali
e iniziatiche, generate
dal fondo dell'anima e felicemente
ambigue: verità conosciute
per immagini, che le immagini
rivelano e insieme celano,
perché rimanga sempre
il Resto, infinitabilmente
interpretabile e immaginabile
e dicibile, della Vita.
E' questo il limite, l'orizzonte,
il luogo della divisione
tra pensiero poetico e riflessione
filosofica: il linguaggio
filosofico copre di parole
una verità ansiosamente
cercata ed esistente prima
del pensare, sostanza una
(la verità è)
detta nei molteplici accidenti
che sono le differenti filosofie
(come interpretazioni plurime
di essa); il pensiero sapienzale
poetico pone la verità
come plurale, e ogni verità
poetica è la verità,
e la verità è
tutte le verità
poetiche espresse nell'infinito,
ambiguo movimento delle
immagini.
Poesia
è così la
vita sentita nell'elemento
del pensiero se dunque sapienza
che abita il tempo dell'anima
e lo spazio della Mente.
Questa sapienza è
la verità che nelle
Opere-Mito si esprime attraverso
personae dramatis e
le immagini che le muovono:
se infatti poesia è
sempre azione, accadimento
di qualcosa ed evento del
cuore, è ad essa
connaturata una teatralità
originaria che abbisogna
di figure che agiscono e
di immagini che ne rendano
viva e vivida l'azione.
L'essenza dialogica che
sta a fondamento dell'atto
poetico fondativo di verità
convoca dunque l'altro attraverso
la parola che dicendo la
vita evoca a sé gli
altri a cui dice: questo
convocare costruisce già
una scena, e sulla scena
l'io del poeta e il tu del
mondo iniziano la rappresentazione
della verità intuita:
del modo naturale, originario,
della teatralità,
inizio e compimento di ogni
opera poetica.
Ogni
Opera-Mito esprime, teatralmente,
la sua verità: attraverso
figure che la incarnano
e azioni che la rivelano
e immagini che la definiscono;
e tra figure, azioni, immagini
nasce la sua storia: e la
storia che interessa i poeti
è la storia delle
figure che hanno incarnato
le loro verità, delle
loro azioni e delle immagini
con le quali le hanno rivestite,
nel senso della iniziazione
alla Verità attraverso
le viventi che assumono
le Verità particolari
nelle singole Opere-Mito.
L'essenza
sapienziale rifluisce
nel corpo della Poesia ad
essa conferendo un alone
iniziatico, la consistenza
di una via che procede verso
la verità prima e
ultima dell'esistenza: una
verità non contaminata
(e indebolita) dal pensiero,
ma improvvisa e lacerante
per sé, come una
luce che improvvisa si manifesti
tra tenebre non lacerabili.
Il sacro tutto umano che
rappresenta, dopo le stagioni
delle genealogie, delle
teogonie e dei miti, dopo
l'invenzione dei nomi di
dio e la posizione della
infinità nelle forme
assunte nel tempo da esso,
è la relazione assoluta
e intangibile (e dunque
sacra) tra la Vita e la
Morte, tra l'essere e il
nulla, tra l'Amore e la
Distruzione, tra la Sorgente
e la Foce: e non questi
come elementi separati,
ma come forme l'una dell'altra
partecipanti, dolorosamente
e reciprocamente attive.
Ferma sulla soglia, tra
il consistere e il passare,
sull'abisso tra essere e
nulla, la Parola della Vita
coglie la Luce e dalla Morte
la sostanza, simile a un
ponte che coniuga due separati
paesi e sappia essere, di
mondi avversi, il non taciuto
equilibrio, l'istante della
visione comprensiva. E se
prima, progettando l'architettura
esterna e fantastica del
caos in una composizione
ordinata di dèi e
di eroi, al Nome (che è
essenza), essa poesia aveva
affidato di chiudere la
Vita nella perfezione immutabile
della immortalità
generata dal canto medesimo,
nascendo alla storia di
sé e alla Parola
produttrice di differenza
e di pensabile unità,
la Poesia lascia le sue
vesti immortali e dice il
passare, il movimento del
tempo, la vaghezza delle
illusioni, la potenza del
sentire, la verità
dell'Amore e la disperante
discesa verso il Nulla che
l'Essere esistente, sacralmente,
percepisce, conosce, sente,
accetta e trova, nel mondo
eternamente uguale a se
stesso, della Poesia.
Che
cosa dobbiamo infatti conoscere
se non ciò che siamo?
Di che cosa dobbiamo avere
coscienza se non del destino
che come un arco precipita
le sue frecce dal principio
conosciuto all'ultimo bersaglio
a noi ignoto? Che cosa dobbiamo
sapere se non ciò
che sentiamo? Il dovere
della conoscenza è
la libertà della
Poesia: la sua storia è
una processione di figure
che interpretano sulla scena
poetica il testo di quelle
verità che ogni esistente
inconsapevolmente interpreta
sulla scena del tempo. E
sulla scena del tempo, il
più distante e il
più vicino, il più
reale e il più concreto,
nel tempo del Mito e del
Presente scorre la processione
di figure de La Valle dell'Apocalisse,
che delle Opere-Mito ha
la qualità e gli
elementi: qui i tempi invertono
il loro cammino, l'unica
direzione è data
dal tempo dell'anima, dalle
mortali e inesplicabili
vite e vie della memoria.
Ma esiste un fine, esiste
un compimento, ha significato
il viaggio (perché
se il viaggio non ha ragione
di sé, esso è
senza la Meta): questo viaggio
è lo stesso perdersi
nel cuore mistico dell'Essere,
perché il viaggiatore
incantato (che è
il poeta) sa che il fondo
dell'anima (dove accade
la processione delle figure)
è il regno della
privazione e del niente,
la visitazione del regno
della Morte che è
necessario visitare perché
possa essere trovata la
via d'uscita, perché
sia conquistata la Luce.
E come, nel Flauto magico,
i due Uomini in armi (Geharnischten)
vegliano, sulla Soglia,
cantando
Chi
cammina su questa strada
piena di dolori/ fuoco,
acqua, aria e terra lo purificano;/
se vincerà il terrore
della morte/ si librerà
dalla terra al cielo.
secondo
la medesima immagine iniziatica
e mistica due Angeli limitano
e vegliano sulla soglia
della Valle dell'Apocalisse.
Il musicista non dà
visioni del mondo che si
muove di là dalla
soglia custodita dagli Armigeri
(non è infatti compito
etico della musica raccontare
le scene della Notte e le
inquietudini dell'Invisibile):
questo è invece il
dovere poetico del Pittore,
che è obbligato dal
mistero dall'immagine a
immaginare il Mistero, raccontando
questa strada piena di
dolori, del fuoco, dell'acqua,
dell'aria e della terra
che purificano: e nella
valle i volti rappresentano
la storia del dolore e nei
suoi cieli e nelle sue terre
gli elementi del fuoco e
dell'acqua e dell'aria assumono
le forme mitiche di esseri
mostruosi e di angeli delicati,
di fiammeggianti creature
sterminatrici e di imperscrutabili
simboli della luce: creature
tutte dell'aria e del fuoco,
immerse nell'acqua della
memoria, sorgente misteriosa
che scorre accanto al fiume
Lete.
E
in questa distesa ininterrotta
di immagini e simboli, di
figure e di forme, di meraviglie
della natura e della mente,
tra vulcani spenti e processioni
di serpi, tra citazioni
classiche orientali e medievali,
seguendo un bestiario dell'anima
che racconta incertezza
e sogni, forza e decadenza,
D'Alessandro costruisce
il suo cammino pure esso
ininterrotto, morendo alla
sua vita, vivendo nella
pura dimensione della invenzione
e dell'arte, sacrificando
il tempo alla sua espansione
estetica, costruendo un
Monumento poetico che avvolge
e confonde il lettore e
lo spettatore in un cerchio
sempre chiuso e sempre aperto
di visioni che indicano
le vie della morte e le
strade asfaltate della speranza,
perché alla fine
sia realizzato il compimento
luminoso, la serenità
della accettazione del destino.
Iniziatica,
questa grande opera, perché
capace di rivelazione, perché
capace di rivelare l'arché.
E pure nel suo fulgore mistica,
perché è la
notte oscura che essa descrive,
il tormentoso cammino, il
Viaggio nell'al di là
dell'anima che è
l'al di qua del thymòs,
la summa non teologica ma
umana delle emozioni del
tempo che si consuma. Nel
vasto deserto che essa descrive,
un deserto abitatissimo
e denso che si muta in una
foresta di simboli, secondo
rigorose corrispondenze
di alberi (della vita) e
angeli (della morte) e mostri
(della memoria), trova posto
l'uomo nella sua compatta
coerenza: ma è pur
sempre un deserto, quella
morte da attraversare perché
alla fine la luce sia rivelata.
E
alla fine, la luce è
l'amore, il canto di uno
sguardo, un semplice abbraccio,
quell'abbandono tra braccia
amiche (come ogni volta
è l'amore la luce
che procede dalla morte
ed è dono di ogni
traversamento e di ogni
valle traversata) che anticipa
il finale giudizio dell'angelo
(ora decisamente rilkiano)
che chiude questa discesa
agli inferi costellata di
illuminazioni. L'Apocalisse
è terminata: resta
il sereno splendore degli
occhi innamorati, la memoria
del deserto, il dolore della
morte, il timore delle visioni,
la minaccia dei sogni, l'immutabile
rigidità del divino:
ma alla fine sappiamo che
nei neri tratti che inventano
un sogno bianco, nella potenza
della sua opera, nel racconto
del viaggio, il Pittore
ha consentito che traversassimo
"lieti / il regno tetro
della morte".
Salvatore
Lo Bue,
cat.
mostra Palazzo Asmundo,
edizioni
Guida, Palermo 1996
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