![]() |
![]() |
|
Il
pensiero fuggente
|
|
Il
veggente apre, il veggente
chiude e l'artista alla fine
si sente compreso dentro questo
sguardo che attraversa, senza
consumarle, le immagini vive
di una storia che sembra segnata
ciclicamente e quindi
inesorabilmente dallo stesso
destino.
Linguaggio
come discorso-a-nome-del veggente
che, penetrando col suo sguardo
discreto e deciso le
profondità, attende
chi offra mano e segno e quindi
di-segno alla visione. Còmpito
arduo quello dell'artista
di non tradire ciò
che vede, senza mettersi in
mezzo a barattare la visione
della realtà o ad adattarla
a se stesso; non cronaca,
né notizia, né
racconto, ma visione in figura,
doppiamente in figura:
quella della grande metafora
che allude, evoca, lascia
intravedere e quella che prende
corpo in immagini che scorrono
come fatti che si compiono
qui e adesso da tutte le epoche:
la contemporaneità
dell'arte!
Linguaggio
apocalittico, cioè
di rivelazione, la quale sembra
compiersi linearmente più
attraverso che dall'alto
(per quanto non manchino gli
angeli e la bestia-dalle-mille-facce
in una sospensione nella quale,
seppure lievitanti dalla terra
non si risolvono in un puro
gioco di accadimenti naturali,
quanto piuttosto dicono la
drammaticità dello
scontro) nel suo originario
senso di togliere-il-velo.
Non rivelazione che punta
lo sguardo su ciò che
sarà, piuttosto apre
gli occhi sul già visto,
il già udito, il già
raccontato per apprenderlo
finalmente, per comprenderlo
come parte di una stessa storia
che, giudicata, attende di
voltare pagina.
Vidi
un angelo forte che proclamava
a gran voce:
"chi
è degno di aprire il
libro e scioglierne i sigilli?".
Ma
nessuno né il cielo,
né in terra, né
sotto terra
era
in grado di aprire il libro
e di leggerlo.
Il
piangevo molto perché
non si trovava
nessuno
degno di aprire il libro e
di leggerlo (Ap.5,2- 4).
Ma
chi potrà aprire i
sette sigilli di questo libro
della vita e della morte,
mai totalmente dis-velato?
Nessuno si sente degno di
aprirlo, neppure l'artista;
così si odono gli echi
del tumultuoso lamento in
questa valle di lacrime, toccata
dall'assurdo e dalla sua logica
imprigionante. Se il lungo
"libro a forma di rotolo"
(Ap. 5,1) viene tenuto aperto
per un istante, è solo
per mostrarne il contenuto,
nell'attesa che si sprigioni
la domanda nell'attesa paziente
del suo senso. Anche il proemio
al Settimo sigillo
di Bergmann si ferma su questa
soglia del testo e della sua
drammatica interrogazione.
Il
discorso, che dà il
via alla convulsa narrazione,
non avviene "a monte" ma "a
valle", dove la storia lascia
i suoi detriti nella ambiguità
insolubile dei suoi portati;
se, da un lato, prendono di
imporsi prepotentemente i
volti di quella umanità
che ha saputo ripresentarsi
puntualmente con i segni paurosi
del bestiario del drago e
delle serpi, sempre insorgenti
con la cieca arroganza del
dominio e indisposti ad alcuna
sconfitta; non mancano, altresì,
i volti di coloro che hanno
presentito la speranza, ora
nel soffio dell'ispirazione
dell'arte o dell'appassionata
ricerca scientifica, ora nello
slancio delle scelte coraggiose,
ora nel silenzio della vita
quotidiana, tutti posti però
innanzi a un tempo fuggente.
Su
tutti è sovrana la
morte, con la sua invalicabile
patina di tristezza, ma ancor
più come momento di
verità e di saggezza:
la morte dà un limite
a tutto , se passa la scena
di questo mondo, passano gli
uomini giusti, ma ancora più
passano i portatori di morte
e di dolore: invito, allora,
a porre tutto sotto il giudizio
quaresimale della morte: memento
homo quia pulvis es?
Cosa
può fare un artista
dinanzi a questa storia mortale
se non togliere il velo, senza
infingimenti, e lasciar parlare
i fatti e i misfatti, sine
glossa portandoli alla
luce della loro inconsistente
consistenza?
Ma
il monstrare è
arte dura se vuole rimuovere
ogni apparenza e guardare
in faccia la realtà;
la verità degli avvenimenti
e delle cose è sempre
un atto di coraggio se non
si vuole restare soltanto
sulla superficie patinata
di essi; il pennello nelle
mani dell'artista diventa
bisturi che scava, impietosamente
e pertanto con amore; la realtà
è lì a valle,
non ci resta che riguardarci
in essa per capire di che
stoffa è fatta questa
umanità e questa storia;
il male ivi è serpeggiante
con una proteiforme
e instancabile metamorfosi
e sembra avervi la
sua imperitura dimora; eppure,
riuscire a dirlo e tratteggiarlo
nella infinita finzione delle
sue cangianti forme, guardarlo
è già, per un
istante, porlo fuori di noi,
lasciando spazio alla nostalgia
dell'altrove, dell'utopia
che non ha luogo perché
non può avere altro
luogo che nel cuore stesso
dell'uomo.
Il
vortice delle immagini per
un istante dà senso
di sgomento e smarrimento
ma, in questo avanti-indietro
del simile e del dissimile,
in questa processione di immagini
dove consola ritrovare volti
amici di uomini di pensiero
e di azione che, pur nella
loro presenza anch'essa fugace
e labile, sembrano dare corpo
a quello scontro apocalittico
che attraversa inesorabilmente
tutta la scena, lo scuotimento
ha la funzione catartica di
imporre una sosta: fermarmi
e cercare di capire non è
solo un antidoto contro il
logorio quotidiano, è
piuttosto gesto preliminare
di ogni esistenza consapevole
e responsabile.
Il
linguaggio, divenuto apocalittico-catastrofico,
a un tempo frenetico e avvolgente,
adesso ha il compito di rifondare
il principio, non quello astratto
che sorvola sulla storicità
e sulla storia, ma quello
sapienziale che da essa trae
ispirazione e coscienza del
limite antropologico: l'uomo
è capace di tutto,
ma anche del suo contrario,
del nulla!
Il
monstrare, infatti,
è verità che
disseppellisce il monstruosum
che continuamente attenta
alla vita del figlio e della
sua dignità, come recita
l'Apocalisse di Giovanni;
il dragone ci prova ogni volta
a farlo morire ma la madre,
la tenerezza divina, lascerà
la valle per metterlo in salvo;
la ciclicità di questo
sguardo non salva perché
tutto sembra rinchiuso nella
intoccabilità e dentro
gli scenari di un caos che
magmaticamente tutto ingoia;
resta, però, la parola-scritta,
fattasi disegno dell'artista,
come monito a riandare a monte;
prendere le distanze dalla
città e imparare a
guardarla dal deserto (Ap.
12,8).
Alla
fine del secondo millennio
non è un caso che ritorni
il linguaggio forte e sconvolgente
dell'apocalittica, come già
nell'epoca intertestamentaria
e alla fine del primo millennio;
se attraverso di esso l'artista
non dà respiro o acquiescenza,
è perché alla
vocazione dell'arte
nella durezza del momento
presente non resta
che contagiare il presentimento
che nel precipitoso rotolarsi
del manufatto tutto possa
andare a rotoli; se La
Valle dell'Apocalisse
non riesce a essere profezia
che tratteggi i segni del
futuro che bussa alla porta,
resta, però, profezia
dell'unico presente possibile:
la presenza a se stessi, invito
ineludibile a porsi responsabilmente
dinanzi alla forza nullificante
del potere e della violenza,
al destino banale di una storia
tapezzata di cadaveri, al
cinismo del continuo ripopolarsi
della valle degli scheletri
senza nome; giudizio-resoconto
apocalittico su una civiltà
che, avendo vissuto la grande
illusione (la vita dei pochi
pagata col prezzo dei molti),
è sospinta a un imponente
esodo: all'inizio del terzo
millennio si impone la coscienza
della svolta epocale che non
c'è salvezza se non
per tutti.
Il
primo atto della autocoscienza
umana non è il freddo
cogito cartesiano,
ma il riconoscimento e l'accettazione
di essere svergognati da un
giudizio che non è
per la morte (in ogni caso
sempre più minacciosa
ovunque e sempre più
incalzante) o di condanna
irreversibile, ma per una
vita, d'altronde, d'Altrimenti.
Cosimo
Scordato,
cat.
mostra Palazzo Asmundo,
edizioni
Guida, Palermo 1996
|