Critica e ottimismo
Siamo giunti, secolo dopo secolo, alla scadenza del secondo millennio, e circolano ancora una volta oscure profezie sulla fine del mondo. Si avveri o no la catastrofe dell'estremo big bang, ma intanto è certo che un cumulo di sciagure più terrificanti di quelle annunciate dalle trombe del Giudizio grava sulla vita del nostro pianeta: milioni di esseri stremati o abbrutiti dalla miseria, paesi ingovernabili, guerre fratricide, epidemie inguaribili, ordigni nucleari pronti a esplodere sulla terra e nel cielo. E naufraga al tempo stesso il sostegno di nobili ideali, di lusinghiere utopie, di vivificanti illusioni.
E' in tale congiuntura che ha preso forma e sostanza la "rivelazione" di Nicolò D'Alessandro, La Valle dell'Apocalisse: uno sconvolgente messaggio vergato su un foglio che si dispiega su vastissimi spazi, popolato da una folla incalcolabile di persone umane e disumane, di demoni e di angeli, belve e mostri, carnefici e vittime. Uno specchio veridico dell'umanità travagliata, oppressa da paurosi incubi e da reali sventure.
Chi percorre col cuore sospeso gli 84 metri di questa straordinaria striscia di carta ­ che con la forza dei soli inchiostri gareggia con la spirale dei rilievi della colonna traiana o con le immagini moltiplicate sulla celluloide di un film ­ rischia dapprima di perdersi nel fitto intrico delle immagini, si orienta poi nel paesaggio della Valle tra monti brulli e crateri fumanti, ed entra nella scena scandita da una serie di figure monumentali: totem primitivi di orride maschere, una trimurti issata su un sottile pilastro, una piramide infernale, un groviglio di serpi che si snodano verso l'alto, un albero irto di foglie pungenti. Nello sfondo si muovono, a perdita d'occhio, intere tribù ed eserciti in marcia tra cumuli di teschi, volteggiano tra i soli e le nubi favolosi dragoni, dinosauri volanti, pipistrelli e locuste, gufi e sparvieri, insetti enormi gonfi di veleno. Ai due estremi della vallata due occhiuti giganti, custodi e burattinai, manovrano le folle. Una sfinge dal seno ingioiellato, la "grande meretrice" biblica, capeggia una schiera di dame spaventate; galoppa a mezz'aria un Pegaso di classica bellezza, mentre un toro picassiano si lancia alla carica.
Ma presto lo sguardo, sorpreso e incuriosito, corre sui primi piani cercando di ravvisare, tra cento e cento volti, il proprio o quello di amici e nemici, o di celebrità televisive della politica e dello spettacolo, per scoprire su quale sia impresso il segno ambito della salvezza, oppure dell'eterna condanna. Accertamento non facile perché qui non esistono privilegi istituzionali né pool di magistrati infallibili che distinguevano con certezza la verità dalla menzogna, l'innocente dal reprobo, tutti mescolati in pari condizione sotto il controllo di angeli carcerieri e giustizieri armati di spada e di clava, con pieni poteri.
Così in questa eccezionale galleria di ritratti, in disinvolta promiscuità convivono ricchi e poveri, cristiani e musulmani, laici e chierici, folli e saggi, corrotti e corruttori, scienziati e sovrani, musici e condottieri, artisti e giullari, tiranni e predicatori, donne ignude e velate, scimmie e felini. E tra loro si distinguono Dalì e Einstein, Craxi e Beethoven, Sciascia e Andreotti, Hitler e Teresa di Calcutta, Gheddafi e la Monaca di Monza; e lui stesso, l'autore, imbattibile ritrattista, più tranquillo che mai. Una campionatura completa, insomma, dell'intera popolazione del pianeta, racchiusa, in questa valle di lacrime. Vano sarebbe, a tal punto, cercare la chiave giusta per la spiegazione di ogni presenza, di ogni simbolo coperto o scoperto o polivalente, come impossibile è stato sinora mettere d'accordo teologi e maghi, psicologi e romanzieri, sulla simbologia della vecchia Apocalisse.
Si potrebbe tentare semmai si scoprire le radici culturali antiche e moderne ­ etiche e sociali, letterarie e artistiche ­ da cui questa straordinaria invenzione grafica ha preso la spinta iniziale. Tra le fonti antiche, accanto a S. Giovanni Evangelista, può collocarsi l'autore dell'Ecclesiaste; più tardi la razionale inesorabile sistemazione dell'inferno dantesco, fedelmente tradotto dalle illustrazioni di Gustavo Doré. Né può dimenticarsi il fascino che il Trionfo della morte di Palermo ha esercitato su scrittori e pittori, e non solo i siciliani, sino a Guttuso e Picasso. Ma sicuramente Albrecht Dürer ­ con le famose incisioni dell'Apocalisse e de Il cavaliere, la morte e il diavolo ­ il sommo maestro al quale il nostro si è appressato per la preziosa puntualità del segno e il profondo senso del mistero. Mentre spiccate analogie con certe opere di Hieronymus Bosch possono ritrovarsi per la libera inventività estesa sino ai limiti dello stravolgimento delle apparenze, per lo spirito caustico volto a sferzare le mistificazioni.
E' ovvio che tali precedenti estetici e morali non avrebbero senso e valore se non fossero traslati, come sono, in un moderno originale linguaggio, in una meditata stimolante attualità dei contenuti.
Ma, ci chiediamo, questa critica al potere, questa arguta rivelazione delle tare del nostro tempo che riempie la lunghissima carta, non rischia di esaurirsi nel puro divertimento, nella compiaciuta malignità, nello scettico no comment di chi conosce la verità e se la tiene in conserva? O, al contrario, non si tratta di una visione pessimistica, senza rimedio per l'immediato futuro? No: c'è un impegno profondo, un sincero dolore; e ci sembra ci sia ancora un filo di speranza che esce dalla carta per comunicarsi al lettore. C'è vitalità e spirito di lotta anche nel fondo della valle di lacrime, ci sono gli angeli giustizieri che attendono la nostra chiamata, c'è l'anelito di libertà simboleggiano dal cavallo alato pronto a spiccare il volo dalla bassa palude per tentare la scalata del Parnaso.
 
Franco Grasso,
cat. mostra Palazzo Asmundo,
edizioni Guida, Palermo 1996