L'estetica della trovata
1. La prima cosa che viene in mente dinnanzi a La Valle dell'Apocalisse è che si tratta del disegno più lungo del mondo. Così infatti, accompagnato da un sorriso, suole presentarlo il suo autore. E così effettivamente appare, in tutta la sua trionfante smisuratezza.
Prima di passare a guardarlo, siamo allora pervasi da un legittimo sospetto: ci troviamo in una vera e propria mostra d'arte o presso un'ottocentesca stanza delle meraviglie?
Dobbiamo assumere l'aria compiaciuta da consumati amatori di cose belle o l'espressione stupita di chi si trova di fronte a una rarità della natura? Che sia insomma, questo disegno più lungo del mondo, nient'altro che una trovata?
2. Che cos'è una trovata? In senso stretto, una trovata è l'ostentazione di un'opera che dice di esser unica. E' l'ipertrofia dello stile che subissa ogni possibile contenuto. E' la follia compiaciuta di sé, gesto eccessivo, puro spreco. E' desiderio che ha dimenticato il suo oggetto.
Se scorriamo il Guinnes dei primati ce ne rendiamo subito conto. C'è innanzitutto la categoria dei brutti scherzi della natura: l'uomo più alto del mondo e quello più basso; il più grosso, il più piccolo, il più longevo. Ci sono poi le azioni temerarie delle persone semplici: stare svegli per alcune settimane, mangiare una strabiliante quantità di spaghetti, avere più donne di don Giovanni. Ma ci sono anche i sublimi prodotti degli oltreuomini: la pizza di cinquanta chilometri, la scarpa di due metri e mezzo, il libro col dorso di un millimetro, l'automobile più veloce della luce...
Se la prima categoria è quella dei fenomeni da compiangere pietosamente e la seconda quella degli eventi di cui doverosamente meravigliarsi, la terza raccoglie oggetti che hanno alcune ineliminabili caratteristiche: non solo la proprietà, ovvia di non servire a nulla; ma soprattutto la tendenza, ben più grave, a oltrepassare la loro stessa definizione, a non essere ciò per cui erano stati creati, a perdere la qualifica minima di cose. Una pizza così grande non sta più nel piatto, è fredda prima ancora di venir fuori dal forno, è terribilmente insapore. In una parola: non è più una pizza; non è se non la sua pura negazione. Allo stesso modo, indossare una scarpa così lunga è a dir poco pericoloso; sfogliare un libro tanto piccolo è terribilmente irritante; e un'automobile più veloce di un aereo consuma più del costo d'un biglietto Alitalia.
Ma non è tutto. Raggiungere uno di questi primati vuol dire infatti esibirsi e insieme isolarsi, volere senza farsi valere, compiere l'estrema operazione che oltrepassa in un sol colpo, insieme all'oggetto cui mira, il soggetto stesso che la compie. Entrare a far parte del Guinnes dei primati significa così abbandonare la comune schiera dei mortali per assurgere a un mondo che ha l'unica caratteristica di essere lì, splendente vuoto in cui si agitano sin troppe mirabilie. C'è, in questo mondo, una specie di dimensione titanica che intende esibirsi a ogni costo, ma che interessa solo per quel breve lasso di tempo in cui un'espressione di obbligato stupore si trasforma in un mal celato sbadiglio. E' come una storia che va a finire bene e che non lascia nemmeno, come tutte le storie, il retrogusto dell'alternativa. Ottenere un primato assoluto è insomma un risultato triste.
Ed è questa pietosa estetica della trovata, questa dimensione nichilista da catalogo dei risultati inutili che ­ appare chiaro ­ La Valle dell'Apocalisse vuol sfidare. Come con la pizza più grande del mondo, si fa fatica a consumare il disegno più lungo del mondo. E come tutti i primati da Guinnes, sembra anch'esso destinato a oltrepassare se stesso e il suo autore per assurgere nel limbo delle trovate allo stato puro. E' impossibile guardare il disegno senza essere, per così dire, guardati da lui. Ed è impossibile pensare all'artista senza essere colpiti dalla sua audacia. Sia l'opera sia l'artista sembrano pertanto passare la mano al mito romantico dell'ineffabile infinito.
3. Resta da capire, come l'opera di D'Alessandro riesca a sfuggire al primato che pure s'è imposto e a tracimarne gli effetti verso tutt'altro risultato estetico. E' molto probabile infatti che, presentando la propria opera come un risultato da Guinnes, l'opera di D'Alessandro miri a vincere una scommessa dando a intendere d'averla già perduta.
A questo scopo ­ crediamo ­ ci invita a considerare una delle più evidenti e meno studiate proprietà del linguaggio: quella di poter essere fruito a diversi gradi di consistenza, di porre stereotipi per poterli subito dopo abolire.
C'è un primo grado del discorso in cui si usano luoghi comuni senza saperlo ("Che bel tempo stamattina!"). C'è un secondo grado in cui non si riesce più ad ascoltarli ("Uffa, sempre le solite stupidaggini!"). Ma c'è anche un terzo grado in cui, superando con il luogo comune il suo stesso rigetto, si torna a dire le cose di partenza senza alcun timore d'essere ripresi ("Che bella giornata, oggi! No?"). Se il primo grado è quello dell'imbecillità, e il secondo è quello della sua critica ossessiva, il terzo ­ ben più raro ­ è quello in cui non ci si preoccupa più né dell'altrui né della propria ingenuità: si dice una cosa e basta, magari sfidando quelli che, adusi al facile rimbrotto, credono che la si stia dicendo al primo grado. Ci sono persone che dicono "il mio ragazzo" per paura di sembrar rétro parlando del fidanzato; ce ne sono altre che dicono "il mio fidanzato" considerando rétro quelle che non comprendono la loro ironia.
Anche le cose dell'arte sono così. Come una medesima frase può essere proferita in tre diversi modi, un'opera può essere espressa (e intesa) ora al primo, ora al secondo, ora al terzo grado. E laddove l'artista, quando usa il terzo grado, corre il rischio di esser letto soltanto al primo, l'interprete si chiede costantemente quale sia il grado corretto in cui l'opera di quell'artista va considerata. Da qui, ovviamente, tutta una serie di continue incomprensioni, ma anche un inesauribile gioco di scommesse sull'improbabile acume dei critici e di giudizi sull'eventuale ingenuità degli artisti.
Gioco che ­ al terzo grado ­ piace moltissimo a Nicolò D'Alessandro.
 
Gianfranco Marrone,
cat. mostra Palazzo Asmundo,
edizioni Guida, Palermo 1996