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Il
fiume della forma innamorata
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La
Valle dell'Apocalisse non è
solo un magnifico e sorprendente disegno,
è anche il compendio dell'arte
di Nicolò D'Alessandro. Del
resto il tema dell'apocalisse è
il seducente fantasma di tutta la
sua ricerca. Come se l'angoscia, che
fa sempre da anticamera all'arte,
ne fosse anche lo scialo. Un disastro
epocale sembra sconvolgere i volti
e le cose: ma ciò avviene con
la stessa amorevole cura, con lo stesso
dolce compiacimento con cui la madre
si lascia dilaniare dagli umori dei
figli.
In
effetti la china di Nicolò
D'Alessandro sceglie il caos come
madre e come figlia e dilaga in una
specie di festa edipica, le cui splendide
e lussuose danze hanno un incesto
come balera.
La
genesi della forma artistica sembra
piegarsi voluttuosamente su se stessa
e scegliere la sua materia ancestrale
come antro del mondo. Qui vanno e
vengono, in un continuo colpo di teatro,
i desideri della specie umana, le
loro infinite seduzioni, le loro vertiginose
e burlesche corruzioni.
La
lussuria dilaga dunque come "specchio
delle sue stesse brame": brame
infinite dell'altro (di ciò
che sta fuori dal ventre originario).
Ma l'altro (il mondo della
realtà e della storia) appare
come doppio corruttore, strega troppo
squallida e guercia per competere
con lo splendore dell'origine e con
la grandezza della sua colpa (il narcisismo).
Insomma, il disegno si concede pienamente
e gioiosamente all'amore di sé,
della cultura da cui si sente generato
e dallo stesso rimorso a cui si accompagna.
Ma poiché non può fare
a meno della storia e ne avverte
la responsabilità non
può che specchiare nel reale
l'impulso originario che lo ha reso
Edipo e Narciso. Questo specchio però
per la stessa frigidità
della storia, per la sua crescente
indifferenza alla passione
è subito un vortice. Troppo
squallida e vile, la storia non fa
che rendere volgare e beffardo il
desiderio di erotismo universale cresciuto
nell'artista all'ombra della sua genesi.
Così, passando per le forche
caudine del cinismo reale, la forma
si incrina e si sbreccia, mentre insetti
e animali di ogni genere egizianamente
posti al di sopra dell'umano
si lanciano dalla sue mani come colombi
dalle mani del prestigiatore: segnali
del suo talento virtuosistico ma tracce
anche delle sue paure e delle sue
difficoltà a dialogare con
il mondo. Come un gran parlatore che
si trovi circondato dal silenzio.
Così
l'artista tempesta i suoi fogli dei
suoi infiniti giri di serpente, gira
e rigira intorno alla mela del desiderio
e mentre ne rende fastosa la
seduzione e gioiosa la forma
guarda sgomento la sua stessa compiaciuta
solitudine, il suo stesso amore perverso.
Vede infatti all'orizzonte i fantasmi
dell'estraneità, dell'ipocrisia,
dell'inganno.
Come
molti suoi personaggi, anche l'artista
osserva con occhi vitrei la complessità
della sua vocazione: il concepire
insieme perversione e utopia, ossessione
erotica ed esperienza frigida. Ma
intanto, sogghignando, getta alla
realtà il suo sfrangiato guanto,
che vola nell'aria come un piccolo
sinuoso mostro di amore e di morte.
La
sfida è rivolta alla storia,
le si chiede di essere degna dello
stesso diluvio che l'ha generata,
della stessa "apocalisse" che
eterno ritorno della crisi dei
valori le offre l'ennesima
occasione di rinascimento. Come un
cavallo alato, questo desiderio di
trascendere la lussuria edipica e
narcisistica si lancia nel mondo,
portandovi il doppio messaggio della
sua generosità e della sua
paura, della sua vitalità e
della sua angoscia di morte.
Lungo
il disegno infinito la cavalcata non
si ferma; la aspettano, immense e
oscene, le colonne d'Ercole della
brutta morale, della brutta politica,
e della brutta storia. Ma per quanto
avvinghiato a se stesso e di se stesso
invasato e vinto, per quanto osi splendere
di luce propria, il disegno
come Narciso è pronto
a specchiarsi nel lago del possibile,
a cercare nell'altro il suo
stesso amore. Del resto, qualora affondasse
nello stesso specchio che adora e
teme, voleranno alto, sui fogli bianchi,
i grandi sogni della china nera. E
di questa memoria di vita vorrebbero
fare un fiume eterno.
Michele
Perriera,
cat.
mostra Palazzo Asmundo,
edizioni
Guida, Palermo 1996
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