L'ombra della Valle
I cavalieri sterminatori, la grandine e il fuoco, la caduta delle stelle, la trasformazione del mare in sangue, le eclissi, l'invasione delle locuste e tutto il vasto ed esuberante repertorio di accadimenti terribili e di minacce estreme: è tutta qui l'Apocalisse? Tutta la storia dell'uomo, tutto il rumore del suo passaggio nell'universo, si concluderebbero quindi in una catastrofe dai toni truculenti, in una spettacolare esibizione di potenza che ha l'unico scopo di annunciare il trionfo di Dio? Se così è, c'è da stare tranquilli: basterà attendere i segnali e allora sapremo. La rivelazione di ciò che é nascosto avverrà con grandi clamori: per spostare il velo che copre la verità saranno scardinati i cieli. La nostra anima semplicetta, quindi, non deve avere timori, sarà sufficiente di tanto in tanto sollevare lo sguardo verso l'alto per avere certezza che tutto è a posto. Nell'attesa potremmo continuare a vivere o far finta.
Ma la realtà, la vita, scorre su quest'altra sponda, purtroppo lontana dalle torbide fantasie degli apocalittici che dalle dolci visioni degli apologeti. E nel nostro erboso limite temporale tutto è incerto e precario, nulla rassicurante. In questo ha ragione Eliot: l'apocalisse non verrà con un bang ma con un battito di ciglia. Perché le tragedie raramente sono annunciate da squilli di trombe; il più delle volte accadono in una giornata qualsiasi. Si gira un angolo consueto e improvvisamente un gesto abituale (accendersi una sigaretta o spostarsi i capelli di lato) si trasforma in una catastrofe. Così, senza segni e comete, può giungere la fine del mondo: senza preavvisi, con la morbida velocità di un battito di ciglia.
Viviamo infatti nel mutamento e l'instabilità é la nostra apocalisse quotidiana. Leggiamo oroscopi e consultiamo le previsioni del tempo con la stessa deferenza; ascoltiamo i consigli dei medici e ci affidiamo alla prevenzione con lo stesso animo di chi tenta la lotteria. Da Babele in poi non si fa altro che costruire torri: non per sfidare i cieli ma per vedere se da lì giungono segnali. A volte ci soccorre la cultura, ma solo per attrezzarci meglio a lottare. Parola di Gottfried Benn: tutta la cultura è una lotta contro il nulla. Per contrastare questa terribile esperienza del nulla edifichiamo città (e torri) e scriviamo libri. Forse è tutta qui la rivelazione: sotto il velo non c'è nulla e abitiamo tutti da tempo in questa Valle dell'Apocalisse. Ci abitiamo e stiamo stretti, l'uno di gomito all'altro. Possiamo muoverci o restare fermi ma dagli strepiti e dalla confusione della Valle non è facile salvarsi.
Ogni tanto qualcuno si stanca della vita che ristagna e viene a noia, e si avventura alla ricerca di isole perdute. Come il viaggiatore di Auden, egli vuole arrivare fino ad Atlantide per sbarcare su una terra che è un'altra terra, un altrove dove si possa placare il bisogno di andare e dare requie al desiderio di una vita più dolce. Impresa rischiosissima perché il viaggio è lunghissimo e insidioso e gli altri viaggiatori sospettosi e violenti. Imbarcato con tanti altri sulla stessa nave, egli deve nascondere la propria diversità e tacere la propria meta e, per non essere smascherato, deve adeguarsi agli altri e, come uno di loro, essere pronto ai giochi di mano e agli schiamazzi. E c'è pure chi tenta da solitario e dice: "chiamatemi Ismaele, il primo della razza dei malvagi e dei giramondo, perché ho una smorfia amara sulla bocca e nell'anima un novembre umido e stillante ". Lui non è un semplice contemplatore dell'acqua, non è un animale terrestre, ma è affetto da sogni oceanici. E' pronto a solcare i mari "per divenir del mondo esperto" è disposto a fidare tutto ciò che di oscuro e minaccioso e mostruoso si nasconde nelle acque. Sfida sempre perdente, perché è dalle acque che prevengono i mali che affliggono la Valle. Almeno così lascia intendere Giovanni, il veggente dell'Apocalisse, rapito in estasi mentre si trovava nell'isola di Patmos.
Nel nuovo mondo, nella dimora di Dio con gli uomini, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno; ci sarà una nuova terra e un nuovo cielo e non ci sarà più il mare ("vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra erano scomparsi e il mare non c'era più"). Quel mare, residuo dell'oceano primitivo, del caos sul quale prima della Creazione aleggiava lo spirito di Dio, quel mare con la sua oscurità minacciosa e feconda di mostri e di sventure, sarà sconfitto nel regno che verrà.
Possiamo andare o restare, ma l'ombra della Valle ci raggiunge ovunque. Per questo c'è chi affronta il viaggio senza illusione del viaggio, sapendo che il giro del mondo non è altro che il giro della prigione. E c'è chi sta affacciato a una finestra, come Bernardo Soares, l'eteronimo di Pessoa che dà voce al Libro dell'inquietudine. Per lui tutto il mondo è Rua dos Douradores, una strada di cui egli conosce ogni sussulto e ogni ombra: "sono sicuro che se tenessi tutto il mondo in un pugno, lo scambierei con un biglietto per Rua dos Douradores". Da lì, dalla finestra del quarto piano, il suo sguardo si spinge oltre, verso l'infinito, verso viaggi ipotetici, verso paesi ignoti.
E vi è infine che si scava una nicchia e vi si rifugia, come Emily Dickinson. Il suo isolamento è stato ancora più estremo: non una strada dove pure si intrecciano commerci e si agita il mondo, ma una stanza, la stanza della sua infanzia, dove trascorrerà gli ultimi sedici anni della sua vita in una esistenza di porcellana, votata all'anoressia e alla solitudine. Ma anche lì, anche in quella tana la cui porta è socchiusa sul piccolo mondo familiare e da cui giungono bisbigli e rumori, la Valle fa sentire il suo fiato.
Viviamo nel mutamento e tutto si agita. Nella Valle giungono eserciti e individui, gente senza nome e personalità eccelse, vi giungono e si mescolano e fanno crescere il brusio, che si alza, sfiora la cima degli alberi e continua a salire, fino a incontrare il vento, fino a sparire al primo soffio di vento. "E voci vi sono / nel cantare del vento / più distanti e solenni / di una stella che si spegne". Lo ha scritto Eliot, uno che ha amato l'odore della terra desolata.
 
Eduardo Rebulla,
cat. mostra Palazzo Asmundo,
edizioni Guida, Palermo 1996