Il disegno "pensante"
Le strade dell'arte, come quelle della vita, sono infinite sì che risulta da sempre aleatorio e ingannevole il tentativo di definirne, all'interno del suo specifico ventaglio fenomenico e spazio-temporale, principi e canoni, radici e intenti. L'arte come invenzione resta una splendida improgrammabile avventura, per la quale é necessario il coraggio di non arroccarsi su norme e modelli anche prestigiosi, di non subordinare mai la ricerca alle suggestioni delle mode, ai segreti calcoli del personale vantaggio e profitto, rimettendo invece tutto in gioco sulle ali della libertà e della fantasia, che si fa luce del vero e del vissuto, del visibile e dell'invisibile. Ripensavo a tutto ciò scorrendo l'opera più impegnativa e provocatoria del grafico siciliano Nicolò D'Alessandro, La Valle dell'Apocalisse, realizzata in tre anni di lavoro (1989-1992) e solo recente (Palermo, 1995) pubblicata (riproduzione in scala 1:10). Si tratta di una proposta eccezionale non solo perché é il disegno (china su carta) più lungo del mondo (metri 83,50 x 1,50) ma soprattutto perché l'artista, quasi materializzando un sogno di respiro planetario, ha affrontato la globale del dramma della nostra età, sospesa e lacerata tra scoperte e conquiste stupende e aberrazioni mostruose, come in un inesauribile mortale conflitto tra il Bene e il Male, il Divino e il Demonico, lo Stupore e il Terrore, la Disperazione e la Speranza.
Scrive l'autore, a chiarire la genesi del suo lavoro: "Ho pensato ad una grande allegoria senza confini, un'allegoria dell'insicurezza di un'epoca, la nostra, assetata di novità, di sensazionalismi, di attualità ad ogni costo, di falsi stupori. Tutti siamo attratti dai colori del mondo. Siamo tutti consapevolmente o inconsapevolmente irretiti dalla Grande Illusione della vita. La lotta inutile tra il sentimento e la convenienza, tra il sogno e l'impietosa e tragica realtà".
Nelle sue indimenticabili Lezioni americane Italo Calvino proponeva alcuni valori letterari da conservare "per il prossimo millennio": dalla "leggerezza" alla "rapidità", dalla "esattezza" alla "visibilità", "molteplicità". Si potrebbero trasferire quelle indicazioni nell'ottica delle arti visive, per trovarsi una chiave appropriata a penetrare nei segreti della grafica di D'Alessandro.Si esamini (ci si può servire dell'eccellente monografia su D'Alessandro, pubblicata nel 1991 dall'editore Sellerio) il Bucranio del 1973, che l'artista disegnò dal vero (un'esperienza memorabile che segnò la scoperta e l'avvio della sua strada più autentica): il segno incide in velocità e foga trasfigurante a cogliere la finzione di una stasi geologica che s'incrocia con la vertigine del moto.
Nel successivo Bucranio del 1975 sulla rapidità vince la leggerezza, che é trasparenza compatta, chiusura di geometrie su interrogativi che si moltiplicano.
Ma anche la molteplicità è un dato di fondo della poetica di D'Alessandro: si veda La Nave dei folli del 1978, "una nave senza rotta né sestante che imbarca uomini, gente vilipesa o ignorata, avventurieri, sognatori, aspiranti trasformatori del mondo ", come scrive Francesco Carbone, presentandola come "un'opera eccezionale in divenire capace di tutte le ipotesi, perché priva di schemi e di certezze". Una potenzialità, dunque, senza limiti possibili, dove la rappresentazione dell'umano travalica in un brulichio frenetico di cose e di corpi, campito sul bianco dello spazio, cifra acromatica dell'assoluto e del mistero.
Ma come D'Alessandro senta e viva lo spazio quale apertura del noto all'ignoto, dalle ombre terrestri alla luce di celesti abissi, si può leggere nel raffinato e magico vedutismo del Paesaggio ortocentrico (1978).
Se per quanto riguarda l'evocazione del molteplice, nella figura dell'umano collettivo, altre opere si potrebbero richiamare, come la Processione a Palermo (1985), di acre sapore satirico-demistificatorio, per la rappresentazione della singola figura umana, il ventaglio degli esiti non risulta meno complesso: così, mentre in un primo tempo hanno forte incidenza le suggestioni di grandi artisti rinascimentali, come Bosch, Schongauer, Dürer, o moderni come Goya ed Ernst, ad un certo momento la linea del suo disegno si alleggerisce, si rarefa si fluidifica, in un segno che é semplicemente e soltanto di D'Alessandro, lieve e celere moto di decrittazione dell'essere. Proprio per questa carica ontico-epistemica che caratterizza la figurazione del grafico palermitano fui lieto, nel 1982, di parlarne per presentare un'operetta a due voci, Labirinto (poesie di Febo Delfi disegni di D'Alessandro). Mi colpì, nell'artista allora trentenne, il segno che designa fra cifra e gesto, tra concrezione della memoria e a-fondo della fantasia-istinto. Si veda lo Studio per una testa (1974) di plastica nitidezza coniugata con filiforme aerea trasparenza: il suo schema sembra riaffiorare, quattro anni dopo, nel Giocoliere, ma qui non abbiamo che uno stupendo fascio di linee in moto, raggelate nella sorpresa dell'occhio, vitreo incantesimo.
Ne La Valle dell'Apocalisse, da cui il discorso è qui iniziato, D'Alessandro, mettendo a frutto un'esperienza d'anima e d'arte molto ricca, ci ha offerto un tentativo grandioso ed unico di rappresentare, per specula et in aenigmate, sul versante più catastrofico e tragico dell'oggi, la realtà del mondo. Nella lunghissima fascia, su cui l'artista visualizza il continuum della sua invenzione, ispirandosi, per certi aspetti ad una religio di segno gnostico, si potrebbe distinguere una zona inferiore, affollata principalmente da figure umane presenti molti personaggi di alto spicco nella storia recente e nella cronaca contemporanea) e una zona superiore dove, su uno sfondo della natura in soprassalto (vulcani in eruzione, etc.), prevalgono creature angeliche o, in maggior numero, mostruose, da rettili alati e draghi vomitanti fuoco ad animali furiosi e orrendi, in un'orgia di ripugnante e di macabro.Da notare, in questa allucinante visione dove lo stupore si equilibra con il terrore, la variegata casistica in cui si connotano lo studio e il significato degli occhi umani, finestre del profondo, fra sorpresa ed attesa, implorazione e disperazione, indifferenza e sgomento.
Così, a pochi anni dal terzo millennio, questa Valle dell'Apocalisse può anche essere letta come come un monito e un allarme e, comunque, come la specola macrocosmica e microescatologica di un grafico che della linea-pensiero o meglio del "disegno pensante", si serve per scavare, senza preclusioni o pregiudizi, sul mistero e sulle sorti della pianta-uomo.
 
Alberto Frattini,
cat. mostra Palazzo Asmundo,
edizioni Guida, Palermo 1996