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Gerusalemme
e Babilonia
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Parlare
dell'Apocalisse può voler dire risalire
nel tempo ad una letteratura che ha espresso
un sentimento di tormenti dell'uomo di fronte
al problema del male. Può fermarsi
alle quotidiane testimonianze del male che
ne ripropongono in termini orrifici la presenza
e che fanno dell'Inferno non già
la condanna dell'Al di là, ma la
nostra condizione. E la profezia annuncia
distruzione e catastrofe senza più
la prospettiva dell'avvento della Nuova
Gerusalemme, sulle rovine di Babilonia.
Gli
Enigmi di Nostradamus pare che possano sciogliersi
nella definitiva fine del tempo. Sembra
temerarietà pensare di contrapporsi
e fermare questa onda nera che pare inghiottire
il futuro della storia e dell'uomo e che
vanifica ogni sussulto.
Di
fronte al nostro presente, di fronte al
nostro passato sentiamo l'urlo dell'onda
nera che emerge memorie e sentimenti, congela
ogni attesa, pare cancellare ogni tratto,
la nostra stessa identità, o almeno
tutto quanto ci dava, ci ha dato un'identità,
civile, intellettuale, politica, religiosa,
umana.
Temerario
forse, ma nella fragilità della sua
esistenza D'Alessandro non cede. Ripercorre
come in un nastro registrato la rappresentazione
della sua realtà nella realtà
del mondo, di società e di natura,
di tempo e di Assoluto per vedere. Con mano
sicura disegna questa "parata", la "processione"
che include i volti e i personaggi, i ruoli
e le finzioni, per definirne il "senso";
il volto di chi amiamo, non i miti ma gli
dèi, che tornano a reincarnarsi nel
"che", o nel gesto solidale, nell'opera
di studio o di lavoro, di creazione e di
ricerca che ognuno impersona; persone e
non numeri, più uomini, anima.
La
vita si costruisce non in una gerarchia
ma nei giorni, pensieri, esperienze a percorrere
forse il ministero della sincronia in una
struttura immutabile nel gioco degli eventi;
lunga durata che sola rivela e permette
di cogliere lo stesso cambiamento.
In
Giovanni il riferimento al presente, la
storia si immette nella prospettiva escatologica,
"le cose che devono accadere" nuova
terra. Guarda con lo sguardo al futuro
la condanna di Babilonia, la "prostituta"
e il trionfo di Gerusalemme, "la sposa".
Ne
La Valle dell'Apocalisse D'Alessandro
volta le spalle al futuro. E' tutto qui,
e la storia si compie; si consuma l'ora
in questa resistenza a non confondere la
violenza con l'amore, la giustizia con l'iniquità,
la speranza con la delusione che nel dramma
si incarnano in volti e ritratti di protagonisti
che assumono nell'anonimato, nella massa,
il river-run di Finnegans Wake, identità,
in un "flusso" che é coscienza
e non ideologia dove diurno e notturno
si presentano nella loro indissolubile realtà.
Nello
stato a metà tra il sonno e il risveglio,
il bisogno di fermare le immagini della
visione: la sua Apocalisse.
Visione
é già nel rotolo che si apre
e accoglie il disegno, l'accumulo di altre
immagini, quelle che accompagnano la nostra
giornata e ci sommergono nella cronaca nefasta.
Generata
da una fonda angoscia la visione registra
la realtà, nella quale siamo calati,
la nostra "Valle", nella dimensione dove
cosmo, storia e vita intrecciano la trama
che segue il destino, di noi e del mondo
e che prende corpo, forma al nostro sguardo.
Epoche,
cicli cosmici, si susseguono, o é
soltanto un nostro pensare illusorio, in
una linea di sviluppo e progresso, nonostante
errori e cadute, dirottamenti, verso un
suo compimento in tempi, di origine e di
fine, che non ci appartengono e di cui sentiamo
che la nostra esistenza é un minimo
segmento, unu punto infinitesimale; o un
procedere circolare, nella legge dell'eterno
ritorno, senza né principio né
fine.
D'Alessandro
dipana il rotolo, come Giovanni "ingoia"
il libro nella domanda estrema sul senso
di tutto quanto si svolge sotto il suo sguardo
e che condensa ed é nel dramma di
creazione e di fine, di vita e di morte
in una Apocalisse prossima futura che segna
la nostra esistenza e il destino del mondo.
Disegna
il paesaggio lontano, un orizzonte di montagne
da cui muove la "processione" ombra, figura
di eventi che si svolgono nel cielo, nella
lotta esalta gli Angeli e Demoni, di mostruose
apparizioni: evento cosmico, sul quale pare
ed é angosciosa verità, che
nulla é a noi permesso, per prenderne
parte e non esserne soltanto un esito.
Dalle
viscere di quei monti, quasi metamorfosi
nel filo di fumo che appare nel cono del
vulcano, prendono corpo queste processioni
indistinte (di animali? di uomini? di una
specie che solo più ha generato animali
e uomini?), frammenti di un'unica processione
che si dirama nel legame invisibile dalle
viscere della terra o dal caos, a dare sembianza
di vita al niente; quel niente che oggi
siamo e che dice esser stato niente tutto
quanto abbia l'uomo tentato per darsi un
destino di libertà, sentire di Esserci
e di Essere, ciascuno e tutti, presente
e storia.
D'Alessandro
vede questa storia pietrificata, l'umanità
che genera mostri che ne minacciano e sconvolgono
l'esistenza; mostri nei quali si rivela
la vera natura, di dèi ed eroi, che
infrangono i miti e cancellano gli archetipi
dove ogni esistenza e lotta é soltanto
pietosa finzione perché l'unica certezza
é "essere per la morte"; soli con
la nostra morte, impotenti per la morte
del mondo. La perdita di ogni identità
senza scampo e resurrezione, senza Giudizio
che dia "valore" al nostro agire nella vita.
Perché
l'aspetto più orrifico della nostra
apocalisse é questo non aver più
ragione di speranza, come ha richiamato
Franco Cardini o Claudio Magris.
La
processione s'infrange contro la barriera
del presente; chiusi nella Valle sorvegliata
dai due guerrieri non può che estinguersi
o incarnarsi in quei "ritratti-personaggi"
della nostra storia, rivelazione finale
che questo é destino di mostri e
mostruosità che irretiscono nella
rete-labirinto i protagonisti positivi la
cui azione e presenza resta vana.
Ma
se siamo giunti fin qui, non tutto può
ritrovarsi nel nulla; quegli uomini sono,
sono realtà nel bene e nel male,
esprimono valori, di vita o di morte; ma
se siamo giunti sino a qui, la nostra presenza
é: e allora sappiamo vedere, i mostri
e gli uomini, i buoni e i cattivi, gli amici
e i nemici, i giusti e i perversi, soprattutto
sappiamo vedere che ci ama e amiamo ed é
tutto ciò per cui l'Apocalisse non
può coincidere con la distruzione
finale, ma con "nuova terra" e "nuovi tempi",
rivelazione di ciò che era nascosto,
ma non per questo meno reale: non siamo
più soli. La linea che lega l'uomo
della terra all'evento del cielo
come la "voce" nell'incisione di Dürer
non manifesta soltanto il nostro
essere ombra del diavolo, ma anche "figura"
dell'Angelo.
In
un punto di un diametro cosmico é
Palermo, dove é il luogo dell'Apocalisse
di D'Alessandro. Per ciascuno la Valle assume
la realtà di un luogo, tutto ciò
che lo rende invivibile, nella licenza indissolubile
di fatti privati ed eventi, pubblici e cosmici
così come é il vissuto di
ognuno e non c'è davvero da stare
tranquilli nella forbice di una crisi esistenziale
e di una ancora più radicale crisi
della società in un secolo dove "ibris"
sconvolge ad ogni istante le regole del
vivere civile, nel raptus di improvvisa
follia o nei piani spietati di potere e
di potenza.
La
Valle dell'Apocalisse di D'Alessandro
é la rappresentazione della nostra
realtà in una sorta di consuntivo
delle vicende che hanno segnato la sua biografia-autobiografia
come forma della storia; vissuto che configura
una condizione in un disegno che incarna
la visione.
"Apocalisse"
evoca immediatamente un'immagine: quella
che dalla sua fonte più insigne,
l'Apocalisse di Giovanni é apparizione
inquietante del destino dell'umanità
in questa lotta tra il bene e il male dove
ogni atto si colloca e compone la tragedia
dell'uomo, il suo soffrire e morire.
Dipana
il rotolo per tradurre a un'immagine, il
disegno del mondo, nella topografia di un
non luogo che é diventato, alla ricerca
o nella lotta, nel sogno di afferrare il
flusso nel flusso, l'istante del Wake
che permette di dare senso al divenire pietrificato
nello sguardo.
Nasce
questo disegno come liberazione da un grumo
che quasi impediva il fluire del sangue,
in un sogno ininterotto che ferma la visione,
ne rende percepibile il ritmo, ne misura
la dimensione.
Da
un punto lontano, in un paesaggio che sfuma
quasi fino ad annullarsi nell'effetto di
metamorfosi che ne rendono dubbia la natura,
montagne costruite di erba, o tutt'uno con
lo snodarsi di un corteo, come di uomini
o di formiche, o di una specie impropria.
Di fronte al rotolo bianco del cielo, dei
cieli, si apre lentamente il libro nero
del male. Il dragone scende dal cielo con
sette teste e dieci corna. La Bestia.
D'Alessandro,
come nella tradizione iranica, contamina
le forme bestiali per esprimere il male.
Ma nessun mostro, né di Persepoli
né di Bagheria, di Bormarso ha mai
raffigurato con tale intensità la
perfidia, l'insidia, la lenta e violenta
corruzione che il male diffonde.
Le
sue figure non sono mai intere, vengono
composte con particolari strappati da fonti
diverse, accostati, intrecciati. Nasce un'impressione
di denso, di gremito, affollato; come se
attorno venisse a mancare lo spazio. E al
tempo stesso un silenzio agghiacciante,
di vuoto, di questo contare D'Alessandro,
come ogni Apocalisse, sul mistero, sull'enigma,
sull'equivoco, sulla polivalenza dei significati.
Babilonia
é ogni luogo. E' Palermo ma in questo
suo essere segmento, punto di una linea
interminabile, non luogo; allusiva la sua
condizione a quella di ogni città
nella estensione senza scampo, ma solo semmai
scarto di tempi in tutta la dimensione del
mondo.
Ogni
epoca ha vissuto la sua Apocalisse: ha segnato
momenti oscuri della vita e della società,
quando l'orizzonte si fa cupo e l'immagine
che incombe é quella di orrifici
mostri che trasformano i sogni in una tremenda
visione di incubo. Segnali di morte non
mancano a rendere inquieti questi nostri
giorni fino ad assumere l'annuncio di una
finale catastrofe o di un'autodistruzione
che cancella nella sua progressione ogni
margine di speranza.
Le
idee, i sentimenti, i valori che pure hanno
prodotto forme di società e condizione
di esistenza, uno ad uno sembrano cadere
sotto i colpi di forze oscure del male fino
alla loro inevitabile sparizione.
Non
percepiamo più, non abbiamo più
il senso di avere un fato, una necessità
che ci permetta di ritrovarci, oltre ogni
errore e caduta, ogni crisi e corruzione,
in un nostro significato, un'identità
incorruttibile. Anzi viviamo nella prigione
della grande paura, e pare impossibile trovare
quelle risorse che in altre ore oscure dell'uomo
hanno segnato la storia della resurrezione,
la consapevolezza di essere punto di un
diametro cosmico, di esistere in una dimensione
che é Essere nella realtà
di ogni divenire.
D'Alessandro
vede e registra il processo nel quale pare
compiersi la creazione, in un estremo sussulto,
prima della quiete pietrificata della morte.
Disegna
il "flusso" che lo sospinge con mano docile
allo sguardo della visione e dispiega il
rotolo anche l'Apocalisse perché
sublime: non configura più la visione
della profezia e della rivelazione che D'Alessandro
come al risveglio disegna la sua visione,
ciò che egli é apparso e ha
visto ne La Valle dell'Apocalisse. Un'umanità
"cancellata", una interminabile processione
che si snoda senza destinazione fino ad
infrangersi in una barriera dove prendono
copro "i ritratti" di personaggi, protagonisti
del nostro tempo, frammisti a fiere allucinative.
Muove
e si frastaglia in mille rivoli di parodie,
come di formiche, sino a confondersi con
qualcosa che pare peluria di sotterranei
animali, o stria di erbe, da un paesaggio
di montagne e vulcani che sotto gli occhi
appaiono esser costituiti di una materia
uniforme sotto un cielo basso dove Angeli
e Demoni si danno battaglia ed eseguono
un disegno oscuro in una dimensione assoluta.
Si pone immediato un interrogativo, che
tende a sciogliere questa atmosfera stregata,
dove tutto appare reale, minuzioso, e al
tempo stesso remoto, assurdo allusivo a
qualcosa di sfuggente che irretisce dietro
le sbarre di un'invisibile prigione. In
questa condizione congelata cosa sta accadendo,
o si é già definitivamente
compiuto. Chi sono questi personaggi, cosa
stanno a significare; e questi mostri. Cosa
rivela questa visione, che senso ha. Dove
accade ed é simbolo di quale realtà.
Cosa vuol comunicare la visione.
E'
un episodio di ritornante Apocalisse e come
ogni Apocalisse segno di crisi, espressione
di una paura o già rappresentazione
di quella ormai divenuta deserto dopo un'immane
distruzione e catastrofe. Il richiamo a
Giovanni sta appunto a indicare la nostra
diversa condizione senza scampo, privati
della certezza della Resurrezione, della
salvazione della vittoria finale di Cristo
che nella sua incarnazione trasforma la
storia in preludio e i "tempi nuovi" al
trionfo di "Gerusalemme" su ogni Babilonia.
La
nostra storia che ha cancellato Dio è
giunta a un vicolo cieco: l'illusione del
progresso, di poter tutto risolvere in termini
di società laica per dover concludersi
col senso di una crisi finale, che qualunque
aspetto annunci é di morte. Morte
di Dio, morte della civiltà, morte
dell'uomo nel prevalere di quei meccanismi,
delle diaboliche macchine che cancellano
il sacro dalla società, cancellano
i nostri pensieri, sentimenti, proteste
e tutto quello che fa di noi esseri umani.
La
Valle di D'Alessandro é la
rappresentazione di quest'ultima spiaggia,
prima dell'atto finale del mostruoso che
occupa l'ultima sembianza di natura e di
uomo?
Nell'aprire
il "rotolo" come il libro di Giovanni,
nel fermare le immagini così
come si accumulano e scorrono davanti allo
sguardo, nel rivelare la "natura" del mostruoso,
D'Alessandro avverte che in quella Valle
é ancora vivo qualcosa che non appartiene
al regno della morte; che per quanto impietosa
ed implacabile la rappresentazione riesce
a dar corpo e presenza a dei piccoli "valori",
di esistenza e di storia che arresta e si
oppone al processo di annientamento; lo
ricerca nel passato, lo ritrova nella dimensione
della propria biografia, più dell'ironia
é ragione di speranza. La fragile
ma invalicabile barriera, di sentimenti
e affetti, di pensieri che é argine
alla processione; alle processioni che con
i loro vessilli di morte e di annientamento
percorrono la Valle e ne configurano gli
spazi.
Si
misura e accetta la prova che nessuna ironia
può attenuare nella sua durezza,
del mistero che incombe, della minaccia
che viene dai mostri, simboli nella loro
incarnazione dei mali, del male che consuma
i giorni dell'uomo perché lo priva
dei suoi valori attraverso i quali partecipa
ed é presenza assoluta, Essere.
La
Valle di D'Alessandro pare partecipare
a quelle più "plumbee" Apocalissi
del nostro tempo, effetto della "desacralizzazione"
dell'Occidente, nonostante i segni del sacro
che Eliade ha saputo trovare e delineare
da Franco Cardini, nelle quali si é
spento lo spirito della grande, sublime
Apocalisse, quando le grandi antitesi prendono
il nome di Vietnam, Bosnia, Libano, Ruanda
e dei mille atti quotidiani di terrorismo
e di violenza, di iniquità e miseria
in questa cronaca nera che lascia trasparire
gli abissi dell'anima.
La
"presenza" dell'Apocalisse in questa Valle
é interrogativo sul senso della storia,
in questo approdare alla realtà dei
nostri giorni, di quegli ideali che hanno
guidato l'uomo oltre la sensazione di un
definitivo fallimento, se questa é
la vita che ci é data.
Siamo
"Nessuno" in un dispiegarsi a totalità
del mondo della storia della terribile incisione
Elck ovvero nessuno di Pieter Bruegel
il Vecchio. Che costituisce il "nichilismo"
del nostro tempo, quali componenti ne fanno
comunque un aspetto della realtà
prima ancora della cultura, una forma della
coscienza.
E'
il primo interrogativo da circostanziare.
Da Nietzsche a Cioran il "pensiero negativo"
é in primo luogo critica di un sistema,
di un modo prima che una tendenza della
filosofia.
Il
rapporto dell'arte, il suo ruolo in questa
coscienza di crisi di cui la "massificazione"
come effetto della decomposizione della
democrazia che soprattutto negli anni Trenta
fa fermentare lo stato d'animo di una gran
parte dell'intellettualità, l'intellighenzia
europea che vede nella democrazia un sistema
inquinato, marcio.
D'Alessandro
stabilisce come luogo Palermo, la Sicilia;
un luogo dove pare concentrarsi tutto, ma
tutto nell'essere gioco di contrari, principio
di contraddizione, stato permanente di ambiguità,
per natura e per condizione di storia: tutto
appare in una sua istanza assoluta, realtà
e al tempo stesso trasfigura in sottile
presenza di immaginazione; zona di pensiero,
di ragione e lucidità, la "corda
pazza" di follia in quella generazione ininterrotta
di immagini che si sovrappongono, sfumano,
aggrediscono, si stratificano, assumono
connotazioni e forme diverse, incontenibili
in costante trasformazione. Deve allora
con polso e mano ferma arrestare questo
teatro, e da lì, dal luogo più
compromesso e difficile, trovare un senso.
E'
un confronto serrato con quanto incarna
il "nulla", del pensiero, della storia,
dell'uomo nei giorni della vita. Un confronto
che é tenace, ostinata resistenza;
difesa di un vissuto, della speranza, del
sogno di un mondo altro, della Utopia, intesa
come costruzione dei valori in realtà
di esistenza, di società.
D'Alessandro
sgomitola il rotolo della memoria, recupera
allo sguardo volti, personaggi che stanno
a incarnare situazioni; simboli del nostro
tempo, in una autobiografia che assume il
significato di una rappresentazione del
tempo. Di quello nostro, ma immerso nello
stesso tempo nella prospettiva di una storia
che include le epoche e le età della
natura e del cosmo; della terra. In questo
tempo prende forma la storia, si configura
il destino dell'uomo, nel suo distinguersi
dal caos ed emergere in una sua particolarità,
nel suo prendere le distanze dallo stato
animale, e costituirsi in civiltà.
Interprete
della minaccia incombente di una "fine",
per catastrofe o distruzione, ne rende palesi
le ragioni, i motivi e proprio nella perdita
di quei valori a cui non si rassegna e che
costituiscono la forza della speranza: la
Babilonia, la Babele: dalla loro distruzione,
sulle loro macerie, la Nuova Gerusalemme,
l'autore di fronte al foglio che segna l'inizio
e quell'abbraccio d'amore che domina la
fine.
Elio
Mercuri,
cat.
mostra Palazzo Asmundo,
edizioni
Guida, Palermo 1996
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