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L'agnizione
della Valle
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Attraverso,
nella nave dei folli, questi ottanta metri
attratta respinta affogata. I mostri sono
dentro ognuno di noi, i mostri della pazzia,
dell'immaginario dello infecondo, del troppo
fecondo; ci guardano, ci introiettano, ci
vomitano in un percorso di risonanze indistinte,
di voci Satana e Dio la rivolta
e la redenzione (l'amore è al di là
del bene e del male cita D'Alessandro da Nietzsche).
E' questa la chiave dello scrigno che contiene
i segreti del vivere ma lo scrigno è
sigillato. I sette sigilli le afflizioni,
gli ammonimenti dell'angelo l'angelo
e l'agnello, il serpente antico e tra di loro
un uomo inerme che s'imbestia, affonda, risale
la china con la minaccia di acque inquinate
che possano ancora sommergerlo: la politica,
l'Aids, il decubito di conoscenze schiacciate
dalla ragione della ricchezza.
Maschere
di uomini e belve infuocate gravitano quasi
in un liquido amniotico, in ritmi non calibrati
secondo le leggi fisiche, a dichiarare, per
supporti semantici, la possenza dell'immaginario,
dell'invenzione, non gratuita ma suffragata
dai testi; dalle suggestioni di parole legate
con i nodi inestricabili dell'ansia della
angoscia, del mistero, ma alfine della speranza.
I
mostri che abitano questa flora-fauna di presenze
inquietanti si alterano infatti a volti noti
di esponenti delle grandi rivoluzioni e delle
grandi sconfitte che nel processo dialettico
sono le vittorie in fieri del futuro così
come i trionfi delle categorie sociali sono,
nel senso inverso i prodromi del decadimento
e dello sfacelo.
C'è
nella invenzione di D'Alessandro una volontà
ferina di liberarsi dalle categorie della
storia per riabilitare la individualità
pura, il riscatto dalle stratificazioni di
eventi prevedibili; per rinascere nell'unico
evento dell'essere libero dalle antinomie
del bene e del male sia nel processo conoscitivo,
attraverso le fonti del sapere, sia nel processo
fisiologico della sua esistenza come creatura
che nasce, si attualizza nelle pratiche del
concreto, e muore. Lo disturbano le trombe
e i flagelli degli angeli e le tentazioni
dei demoni, faticoso è il percorso
delle apocalissi annunziate, duro ed inesplicabile
come un arabesco orientale , una danza totemica,
un esorcismo ritualizzato. E' come se dalle
memorie di un insegnamento biblico emergesse
la capacità dell'artista di liberarsene
raffigurandole teatralizzandole, rendendole
credibili solo in funzione del segno nella
metamorfosi dell'arte che brucia il dato assiomatico
compensatorio nella realtà altra dal
terrificante equilibrio dei contrari, protetto
dalla giustizia divina.
Potrebbe
esser questa apocalisse un interrogativo in
continuum, sotterraneo e poi emergente nelle
sequenze del narrato, del descritto; dell'inventato
negli anfratti del credere e non credere alla
giustizia divina.
Filosofie
e teodicee ne dilaniano l'ambigua funzione
di rapporto alle azioni.
La
misericordia di Dio è d'altra parte
invocata perché promessa. Quale è
il destino dell'uomo che rinascerà?
Pagherà per le opere, per le intenzioni,
per le debolezze, per l'amore? Non pagherà
per le sue omissioni?
"Tutti
vi credono una chiesa vivente ma in realtà
siete morti. Svegliatevi! Rafforzate la fede
di quelli che sono viventi, prima che muoiano
del tutto. Di quello che fate non ho trovato
nulla che il mio Dio possa considerare ben
fatto. Ricordate come avete ricevuto la parola,
ebbene mettetela in pratica. Se continuate
a dormire verrò come un ladro all'improvviso
e piomberò su di voi senza che sappiate
quando".
Rosetta
Romano,
Sintesi,
n.5, giugno-luglio 1995
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