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L'ironia
del segno
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E'
turbine di immagini medievali La Valle dell'Apocalisse.
Quaranta metri si scrittura che rappresenta il tempo
dell'uomo nella terra dell'angoscia, riunendo in
una alchemica visione il sogno di Giovanni e dei
profeti, la cabala e le sibille, l'oriente teosofico
e il millenarismo. "Dies irae" per l'ultimo strattone
del secondo millennio, presentato a Racalmuto, all'auditorium
di Santa Chiara. Sarebbe piaciuto a Leonardo Sciascia
non tanto per i cavalli alati, i fauni, i mostri,
i fiumi, i vulcani, ma per il bestiario umano protagonista
e spettatore in "hac lacrimarum valle" delle paure.
Chiave di lettura dell'opera è l'ironia che
anima la narrazione e la sconvolge. Irriverenza
e pietà per lo scetticismo che esorcizza
fino a divenire vittima di una ragione che non spiega
più il cammino dell'uomo nella valle. Che
D'Alessandro raffigura come culla e tomba nell'esercizio
di un segno grafico, ampio e incisivo, volutamente
popolare. All'intellettuale, forse, è riservata
una intelligenza più inquietante dell'immaginario
apocalittico che ha non pochi riscontri in altri
lavori dell'artista siciliano, che espone anche
alla Fondazione Withaker 140 disegni che permettono
di capire le sue radici culturali.
Stretto
è il rapporto con il tratto di Dürer
che sovente egli rielabora, scompone e ricompone
con libertà inventiva, ma anche con il miniaturismo
fiammingo, nel cui labirinto è facile perdersi.
La violenza fantastica del Goya della Quinta
del Sordo, l'ossessione gelida di Ernst, la
durezza di Grozs, l'orrore di Sutherland sono presenti
in alcune opere. Stupisce in questa creazione a
china la capacità dell'artista di essere
solo se stesso. Nessun d'après, nessuna
citazione, nessuna fotocopia. Nella apollinea eleganza
della Pena e de bulino, che rievoca nella
figurazione femminile Antonio Pollaiolo, Nicolò
D'Alessandro testimonia il possesso delle matrici
rinascimentali e moderne che in lui divengono humus
per una nuova verità.
Giovanni
Bonanno,
Cronache
Parlamentari Siciliane,
a. VII, n. 1, gennaio 1992 |