![]() |
![]() |
|
Sublime
e demoniaco
|
|
Una
mano abile, un tratto sicuro, talvolta veloce come
una saetta, talaltra ponderato, alla ricerca del particolare
infinitesimale quasi impercettibile, ma essenziale
per l'economia costruttiva del disegno. La produzione
artistica di Nicolò D'Alessandro sembra, anzi
è, inarrestabile: sorge da un rapporto frenetico
con la carta e la china, con lo spazio bianco e vuoto
che attira il segno come una calamita. Un segno dalle
indefinibili connotazioni, che sgorga da una sorgente
dell'immaginario posta ai confini tra il reale e la
fantasia, là dove la fantasia coniuga il sublime
con il demoniaco, l'indicibilmente bello e l'incredibile
mostruoso. La linea di D'Alessandro ha capacità
illimitate: si costringe e si compatta fino ad annullarsi
in una macchia, si dilata per raggiungere la massima
estensione, si assottiglia e si ispessisce, si frantuma
in mille piccole sequenze, corre, svolazza, passeggia,
si nasconde e si esibisce.
Tra
Nicolò D'Alessandro e la china si è
suggellato un patto dai caratteri faustiani, una sorta
di simbiosi che è frutto di tanti anni. Non
è possibile considerare l'uno senza tenere
conto dell'altro e viceversa. Ed insieme si compensano
e si completano. Alla versione reale dell'uomo schivo,
riservato, impegnato, gentile corrisponde quella "grafica"
aggressiva, tagliente, sconvolgente ed erotica. La
rabbia nei confronti delle storture sociale e umane,
soffocata in qualche modo nell'uomo, si manifesta
più visibilmente e in modo più graffiante
attraverso i suoi disegni, che si trasformano quasi
per un processo metamorfico, in forme desuete, uomini
e donne di altre galassie, maschere truculente che
coprono o costituiscono i volti umani, corpi trasparenti
scoprono ossa e filamenti, muscoli e nervi e forse
anche i più segreti sentimenti. Questi sono
figli di sollecitazioni provenienti da anfratti nascosti
di quest'animo colto, degenerati dal mondo, incattiviti
e incupiti e resi lame taglienti, becchi appuntiti,
pesci piraña teste multiformi abitate da intrecci
di linee, piogge di puntini, fenditure difficili da
rimarginare.
D'Alessandro
crea vortici che tendono a risucchiare, sprigionando
una forza centripeta, gli osservatori incauti. In
questo viaggio verso il centro dell'opera, ci si accorge
delle diverse fonti figurative e letterarie. I suoi
maestri, o i suoi padri, come lo stesso D'Alessandro
ama definirli, sono i grandi artisti tedeschi della
tecnica incisoria: Martin Schongauer e Albrecth Dürer.
Le trame di gesti, azioni, episodi sono quelle che
ha ammirato in Hieronymus Bosch (La nave dei folli,
Il giardino delle delizie). Ma le sue versioni acquistano
una forza assolutamente autonoma e moderna, si popolano
di creature proprie, simbologie inquietanti e affascinanti
insieme, di una dimensione che vive nell'io dell'artista.
"Reclamo
il diritto di richiamare il senso della pausa, del
silenzio della riflessione". Bloccare il tempo e lasciare
scorrere libero il flusso di idee che si affollano
nella mente. E' forse in quest'attesa che Nicolò
D'Alessandro partorisce le sue donne, metafore della
bellezza e della raffinatezza. Esse incarnano l'essenza
dell'incantesimo, e si perfezionano nella ricchezza
dell'ornamento. Diafani ed evanescenti questi volti
posseggono il fascino dell'enigma, che l'artista consapevolmente
si guarda bene dallo svelare.
Emilia
Valenza,
Giornale
di Sicilia, 14 dicembre 1991
|