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Caos
e giudizio
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L'apocalisse
del nostro tempo ha assunto le sembianze di una proliferazione
incontrollata, una metastasi di oggetti, libri, immagini,
parole che simultaneamente si accendono nello schermo
televisivo della realtà, brillano e poi subito
scompaiono inghiottiti dall'incessante riprodursi delle
cose. Questa sequenza virtualmente senza centro e senza
confini, su cui si proietta l'ombra del caos della Torre
di Babele, è il tema dell'opera che Nicolò
D'Alessandro espone all'auditorium Santa Chiara di Racalmuto:
un'immensa superficie di carta, alta un metro e mezzo
e lunga quaranta (ma nella versione definitiva misurerà
il doppio) su cui emblemi e incubi della moderna civiltà
delle immagini scorrono coma su un gigantesco caleidoscopio,
fagocitandosi vicendevolmente in un vortice che possiede
tempo e il ritmo dell'allucinazione e del sogno.
D'Alessandro
ha compiuto con La Valle dell'Apocalisse un vero e proprio
salto di scala rispetto alla sua produzione abituale,
caratterizzata da un segno nitido e incisivo, capace
di saturare il foglio di carta con l'insistenza ossessiva
del dettaglio. Ma nel passaggio dal pennino che lavora
le immagini con la pazienza dell'alchimista al pennello
che dispiega la china sulla superficie con tratti più
ampi, le caratteristiche essenziali del suo lavoro sono
rimaste immutate: gli stessi contrasti netti e privi
di sfumature di nero e bianco, la stessa qualità
metamorfica, dell'immagine, lo stesso gusto del particolare
lucidamente messo a fuoco, quasi che La Valle dell'Apocalisse
non fosse che la dilatazione a macroscala, ormai necessaria
e improcrastinabile, del suo lavoro precedente.
Per
le dimensioni dell'opera, per il repertorio delle immagini
che si inseguono lungo i quaranta metri della superficie,
per il vorticoso imbrigliarsi di temi provenienti da
fonti differenti e lontane, l'opera è concepita
come una sorta di sfida iconografica alla babele della
contemporaneità su due fronti complementari.
Il
primo è quello della rappresentabilità
del caos, del suo rispecchiamento nella superficie dell'opera;
il secondo riguarda la sua capacità di fornire
non semplicemente un'immagine speculare, un doppio,
ma un giudizio, così che ogni singola figura
sia inestricabilmente connessa alle altre in un unico
percorso ininterrotto e privo di cesure e, allo stesso
tempo, provvista di una propria funzione emblematica.D'Alessandro
intreccia così icone del nostro tempo (come la
famosa fotografia di Einstein che mostra la lingua)
e le figure provenienti dalla storia dell'arte, in una
stratificazione di segni dove il disegno affilato e
preciso è lesto a prendere la strada dell'incubo
e della visione. Ma il confine che demarca il passaggio
tra la rappresentazione razionalizzata del caos informe
e l'abbandono alle metamorfosi animali e vegetali che
scandiscono
La
Valle dell'Apocalisse con la loro presenza da regno
dell'oscurità è labile, oscillante. Lo
stesso D'Alessandro del resto, in alcuni disegni precedenti,
aveva chiaramente indicato non tanto una fonte di ispirazione,
quanto piuttosto un metodo dell'intelletto, nelle incisioni
di Goya, in quel volteggiare mostruoso che circonda
l'artista addormentato ne Il sogno della ragione genera
mostri. In questo senso, il disegno di Racalmuto vuole
porsi come l'ultimo scongiuro, l'estremo esorcismo prima
del trionfo finale delle forze del caos scatenato; non
a caso allora questa passione moralistica della ragione
che anima il lavoro di D'Alessandro incontra, attualizzandola,
l'immaginazione moralizzatrice del mondo medievale riprendendo
la suggestione dei bestiari delle cattedrali e dei codici
miniati nelle chimere, negli assemblaggi animali, nelle
piante minacciose e sconosciute, quasi di altri mondi
che popolano il grande disegno.
In
questa smania inventariale, in questo furore classificatorio,
la ragione celebra così contemporaneamente il
proprio trionfo e il proprio scacco; il catalogo ragionato
dei tic e tabù del moderno diviene elenco infinito,
caos, vertigine che attira lo spettatore lungo la struttura
a ferro di cavallo della superficie disegnata, smarrendone
la centralità dello sguardo come in un gorgo
che svolga in superficie e in cui la pena sia di non
trovare mai riposo.
Sergio
Troisi, |