![]() |
![]() |
|
Un'aspirina
per l'Apocalisse
|
|
E',
se si vuole, lo svolgersi di un rotolo... In verità,
non è un arrotolarsi né uno srotolarsi; che
queste due immagini la rappresentazione di linee, o superfici,
le cui parti sono omogenee tra loro e sovrapponibili, mentre
non vi sono due momenti identici in un essere vivente.
H.L.
Bergson
Ci
si aspettava la fine del mondo, alla fine del primo millennio.
Quello che ci dobbiamo aspettare alla fine del secondo, attendiamo
di saperlo. No sé cómo. Intanto, si perpetuano
i ritmi di sempre: "L'ingiusto continui a commettere l'ingiustizia,
l'immondo seguiti ad essere immondo; il giusto continui nel
bene e il santo si santifichi ancora" (Ap. 22,11).
Intanto,
qualcuno, del nostro pienissimo, interminabile secolo, comincia
a vivere in anticipo, in dialogante scepsi, e in isolamento,
come San Giovanni nell'isola di Patmos, quell'appuntamento.
Magari con la sensibilità di artista, se artista.
Nicolò
D'Alessandro, tripolino di nascita, agrigentino di cultura
e palermitano di elezione, cosmopolita di visione ma non apolide,
l'ha fatto a suo modo, e da laico: ha disegnato La Valle
dell'Apocalisse. Dentro la cornice biblica e dietro la
suggestione giovannea, gli "attori" della laica epopea rappresentano
gli uomini, i miti, gli idoli dell'esperienza umana, sono
una totalità significante. Preludono.
Lungo
Heu! Hercules! ottanta metri ad inchiostro
di China (l'inchiostro, quest'informe nero che, negando il
bianco, somma di tutti i colori, afferma solo e sempre se
stesso, generando forme) si raccontano e si assemblano apocalittiche,
cioè, profetiche visioni. S'annunciano anticristi.
Vulcani, grandi soli, maneggevoli lune. Squilli di trombe,
a sette a sette, fendenti di spade, a sette a sette, tremuoti
di monti. E' la fine del mondo. Mostri, angeli, senza distinzione
di specie, fauni, cavalli alati, fiumi di serpenti, piramidi
di gibboni; personaggi importanti di ieri, qualcuno dell'oggi:
un Papa supertramite e un Capo obsoleto, l'Iman ultradogmatico
e l'Uomo solo politico. Greggi di miserabili ed anonimi. Di
tutte le epoche, di tutte le culture. Diavoli medievali: "occhi
nerissimi [...], mento aguzzo, barba da caprone, orecchie
pelose e appuntite, capelli arruffati, denti di cane, petto
gonfio [...], una gobba sulla schiena" (da una Cronaca
dell'XI secolo, passim). Ci sono figure, dieci o centomila,
significative, concepite in proprio o da altri, raccolte col
rampino nel pozzo dei secoli, anzi, rifatte col pennellino
avido e frenetico. E' un disegno.
I
colori squillanti dei carretti e delle lave, i gialli violenti
e i verdi cupi e densi, gli azzurri favolosi delle marine
e le chiarìe quasimodiane, si sono prosciugati maledettamente,
lasciando un greto asciutto, nerogrigiastro, con crepe e fenditure
che sembrano voragini.
Conclusa,
l'opera è da "leggersi", ponendosi al centro della
"ruota" istoriata o costeggiando l'"anello" di carta risvoltato,
secondo diversi sensi. Diventa spazio, euclideo ed immaginario.
In relazione alla trascendenza, all'invisibile, è un
disegno apofatico: nega invece di affermare e tende al silenzio.
Riguardando all'immanenza, all'esperienza più prossima,
vorrebbe essere un disegno apofantico: afferma qualcosa quasi
dimostrativamente; dell'uomo dice l'indicibile: la sua ferinità
e la sua angelicità. Apice e prolessi di un inerpicato
pensiero.
Ma
perché ricorre ad uno stuolo chilometrico di improbabili
personaggi che recitano un dramma irreale?
I
fulmini di Giove e gli sguardi della Medusa oggi non fanno
paura neanche a un bambino e san Giorgio non va più
in giro ammazzando draghi. Eppure, dinanzi al "corridoio"
di immagini mitiche e non, si prova un senso di disagio; non
è soltanto questione di dismisura, si è costretti
a pensare a se stessi, al proprio destino, perché ci
si sente dentro, nella Valle, coinvolti nell'evento
che si sta consumando: perdersi o ritrovarsi per sempre. Sgomenta
precludere il sogno, il miraggio della propria salvezza. La
scommessa pascaliana continua ancora: se credo potrò
salvarmi e guadagnare il tutto, se non credo... Occorrono
volontà per scommettere, per credere, e intelligenza
per convincersene. Il pensiero, sciocco e astuto, si dibatte
nella fuliggine di sé. Siamo alla concettualizzazione,
alla fatica del pensare, all'emicrania. Per fortuna, da secoli,
qualcuno ha trovato modo di distrarsi andando a caccia con
una muta di cani, inseguendo lepri addestrate a fuggire.
Il
grafico disegna. Che rimedio può opporre all'emicrania?
Troppi sensi, dietro le immagini e gli affollati simboli,
o nessuno: ve li ritroviamo se già li possedevamo.
Nel suo "gesto", ardito o presuntuoso che sia, ciascuno vede
celebrato il proprio mistero. L'Artista è lí
con la sua testimonianza, pensosa e scontrosa, fatta di sentimento
e razionalità, di semplicità immediata e di
minuziosità allusiva, di pirandelliano da agrigentino
intrigarsi nelle pieghe dell'esistenza vissuta, e meno
pirandellianamente, in quelle dell'esistenza temuta, in quelle
dell'esistenza futura e desiderata. Il mostruoso e l'angelico
sono in cerca di composizione. Anche il brutto e deforme reclama
certificazione di simpatica bellezza. L'Artista non vuole
sbalordire né provocare inappetenza, bensì dialogare
con la sua follia di visione partecipata, e gettare ponti.
La Valle (virtuale proiezione a due dimensioni delle
esperienze maturate dall'uomo e dall'artista), con le sue
molteplici e multiple simbologie, vuole essere un diagramma
di passaggio, un mandala ascensionale nel processo di dualistica
comprensione o di unificante identificazione che condurrà,
come nel buddhismo contaminato dal culto magico Vajra-yana,
al maithuna, all'incontro con il dio, nel modo più
naturale e più antico. Troviamo tracce e indizi, poche
pietre miliari: c'è il cerchio, ma non è il
serpente che si morde la coda: è labirinto, ma il movimento
è orientato e rifluisce verso un punto.
Ogni
percorso per quanto inusuale deve pur condurre da qualche
parte. Tutti i popoli, con le peculiarissime culture, hanno
fatto la stessa cosa, in tutte le epoche: il tempo, il tempus
come continuum, è stato da sempre scandito dal
desiderio degli uomini. Domande, desideri e paure. Replicazione
di sé nell'atto vitale. Ma cosa saremo alla fine? Cosa
apprenderemo al termine del nostro apocalittico percorso?
Avremo confusione di immagini prive di ogni realtà,
vuoti simboli senza referenze? Apokálypsis e
Apokatástasis si disveleranno. Dies irae, dies illa
/ solvet seclum in favilla / teste David cum Sibylla. Giorno
d'ira, quel giorno / fiamme onnidivoreranno; / lo predissero
Davide e la Sibilla (con messaggi fatti di parole).
La
realtà delle parole non sta nelle parole, sta in altro,
così come il vestibolo separa l'interno di un ambiente
dal suo esterno il paravento delle nostre chiese, quella suppellettile
costituita da un certo numero di telai, collegati mediante
cerniere in modo da poter essere variamente spiegati e fornire
una parete mobile divisoria. Si presuppone che dietro ogni
paravento ci sia una chiesa, il luogo di culto che ospita
il sancta sanctorum. Nel nostro caso, per paura del
nulla alle soglie del terzo millennio, potremmo attribuire
a La Valle dell'Apocalisse la ventura essere vestibolo
e paravento. Potremmo decidere a priori ovvero per partito
preso di riconoscere come veri e reali immagini e desideri.
E paure. Per fede. O per arte. Altrimenti urgono forte alle
tempie pensieri arteriosi, essudate disperate, iperenie: è
il mal di testa. "Ho vari mezzi a mia disposizione per disfarmi
dell'emicrania, ma in realtà possono ridursi a due
soli: posso, cioè prendere semplicemente una pasticca
di aspirina e coricarmi con una bottiglia d'acqua calda e
un adeguato numero di coperte oppure chiamare un amico, porgergli
un coltello bene affilato e pregarlo di tagliarmi la testa"
(Alberto Moravia, L'uomo come fine, 1946). Oppure... Oppure,
gettare lontano via da sé come è stato
fatto , il cerchio, l'aureola di pensieri che stringe
il capo. E cingerne una di cartone. Senza farla tragica, in
fondo si tratta solo di un disegno. "E', se si vuole, lo svolgersi
di un rotolo...". Alla fine comprenderemo l'inizio.
Piero
Carbone,
cat.
mostra Auditorium Santa Chiara
Racalmuto,
27 ottobre 1991
|