Il tempo dell'arte
Tra Nicolò D'Alessandro e me intercorre un dialogo che sistematicamente, ineluttabilmente s'interrompe per mesi, per anni, ma che tuttavia non si estingue. Ogni volta che possiamo, lui ed io riprendiamo quel filo, ed è come se quei profondi buchi neri nel nostro rapporto non ci fossero mai stati. Credo che sia questa l'amicizia. Ma non è di questa amicizia che vorrei parlare qui, bensì di quello che D'Alessandro ed io ci diciamo ogni qualvolta ci capita di rientrare in contatto. O, meglio, di quel che lui dice (e sarebbe da fare un discorso anche sul come, perché anche su questo, su come dice le cose che pensa, un artista viene compreso, inquadrato, persino giudicato).
Cosa dice (e cosa comunica), dunque, Nicolò D'Alessandro? Innanzitutto che non esiste scarto, per un artista, tra la vita e l'arte attraverso la quale egli si esprime e si misura. In secondo luogo, che per un artista non esiste un tempo presente, ma un tempo dell'arte, cui egli attinge; un tempo dove passato, presente e futuro si mescolano, si annullano l'un con l'altro, si contraddicono e si esaltano. Questa considerazione mi pare importante in generale, ma essenziale per D'Alessandro, artista cui il passato serve a meglio leggere e rappresentare il presente e il presente a meglio poter decifrare i segni del passato. Questo lo libera dal contingente del presente (non si pensi a una camuffata forma di disimpegno, per carità), immergendolo in uno spazio ideale per qualsivoglia progetto creativo. E' come se D'Alessandro ­ come ci raccontavano nelle ore di catechismo per spiegarci l'assenza di tempo ­ guardasse lo scorrere del medesimo standosene appollaiato su un cocuzzolo: laggiù vede uomini, storie e situazioni allontanarsi; dalla parte opposta scorge uomini, storie e situazioni che si approssimano al presente; sotto egli vede il presente, ma senza steccati, senza confini precisi, proprio sensatamente ognuno di noi, artista o no, dovrebbe fare. E questa sua idea e fruizione del tempo mi pare che si rispecchi perfettamente nelle sue litanie grafiche, caparbiamente, ossessivamente proposte. Sui suoi fogli, ormai fattisi mucchi, montagne, c'è tutto, come sugli istoriati poncho degli indimenticabili eroi di Manuel Scorza: nascita e fine dei popoli, farsi e compiersi della Storia, con i suoi traballanti ancorché pomposi teatrini. Nicolò D'Alessandro non esita a entrare in questa immensa galleria degli stupori (e della umana, umanissima stupidità) per sviscerarne ogni possibile lettura grafico-pittorica e per tentarne pedagogie esemplari. Un pittore ­ sembra dirci D'Alessandro ­ può fare tutto questo e venirne fuori più moderno dei più conclamati modernisti. Un pittore sì, uno scrittore un po' meno: la letteratura di un classico per uno scrittore può avere effetti paralizzanti (niente è più definitivo della parola scritta, e del pensiero che si è fatto scrittura), mentre per un pittore la vista di un capolavoro pittorico equivale sempre a una lezione di pittura; e perché la pittura vive in una dimensione più astratta di quella della scrittura, una dimensione metatemporale che è all'opposto del documento.

Un quadro è eterno perché non ha tempo, un romanzo è eterno perché proprio attorno a un tempo determinato ha saputo costruire verità universali. Con le sue peripezie del procedere, con il suo continuo, instancabile lavoro di ricerca e di sintesi, in cui memorie epocali si alternano a lampi di personalissime intuizioni, D'Alessandro tenta di abbattere l'ultimo muro del tempo. E già intravvede ­ ci fa intravvedere ­ la leggerezza di un'arte affrancata dai calendari. E dalle ristrettezze geografiche.

Matteo Collura,
Nicolò D'Alessandro,
Sellerio editore, Palermo 1991