Piccoli delitti consumati su un foglio di carta
Sono fermamente persuaso che un pittore dovrebbe conoscere tutto ciò che è stato fatto dagli artisti che l'hanno preceduto, non tanto per imitarli quanto per emanciparsene, per scartare le esperienze altrui e mirare all'originalità del suo messaggio e del suo stile. Ma sempre sono stato smentito dal fatto che tutta la storia dell'arte non è che un continuo susseguirsi e ripetersi di parentele, di somiglianze e di imitazioni e dal fatto che non c'è artista che possa dirsi veramente originale e immune dall'influenza di altri artisti.
A conferma di questa regola fa eccezione solo l'epoca della grande classicità che si emancipa dall'arcaismo primitivo e inventa, con Fidia, un canone di bellezza ineguagliata che dà inizio alla storia dell'arte dell'Occidente.
L'arte romana imita l'arte greca, il Rinascimento ai prestiti della classicità. Anche se ogni epoca è segnata irrimediabilmente dal suo tempo, dalla cultura e dal gusto peculiare del suo tempo, ogni artista anche il più rivoluzionario e innovatore pur sempre ha risentito del segno dei suoi maestri.
Fino a Picasso, che nella sua incessante ricerca ha finito, nella parossistica imitazione di tutti gli artisti e di tutti gli stili, per dare, quasi in una scommessa con se stesso, una prova di quanto il suo stile e la sua maniera ne restavano indenni e incontaminati.
Nella mia vita, ormai lunga, mi sono passati davanti agli occhi innumerevoli artisti e infine opere d'arte d'ogni epoca e d'ogni stile ed è stato sempre per me un gran piacere, quasi un divertimento, riuscire ad individuare le ascendenze di ogni opera d'arte e le parentele più o meno dichiarate fra i pittori.
Ascendenze talvolta antiche, parentele lontane, influenze talvolta indecifrabili e complicate. Ed alla fine, analizzando il mio stesso lavoro, a dispetto della mia incontrollabile convinzione di rifiutare le esperienze altrui, ho finito per trovare ascendenze che riguardano inconsapevoli e forse inconsce esperienze della prima età che maturava nella formazione culturale fra espressionismo tedesco e secessione viennese; per non parlare delle influenze della scuola italiana guardata in giovane età nei musei e che costituiscono un imprescindibile bagaglio culturale.
Così, non mi è riuscito difficile, per una certa congenialità, guardare all'opera dell'instancabile disegnatore Nicolò D'Alessandro che, per misteriose vie, risente delle stesse influenze, delle stesse fascinazioni. Ma queste sue parentele con il mondo culturale tedesco che appaiono con evidenza nella sua opera sono assai più complesse e segrete di quel che non si vede a prima vista, poiché nessuna prova può dimostrarmi quali contatti, quali frequentazioni, quali influenze egli abbia avuto con il mondo culturale del Quattrocento tedesco che egli ha scelto come suo modello ideale.
Scavando nel tempo fino all'età di Dürer, egli ha svolto e sviluppato un discorso quasi a prevederne tutti gli eventuali e possibili sviluppi fino ad oggi: fino ad un momento come quello attuale nel quale, mediante le più varie forme di ricerca e di individuazione, fra le quali in primo luogo la psicanalisi, si punta a dare all'immagine una sublimazione che non è sempre facile decifrare.
Così, nelle opere di D'Alessandro di ascendenza talvolta dichiaratamente düreriana ci si trova davanti ad un messaggio che appare realizzato da un artista di ben più complessa formazione culturale.
Le stesse durezze lo confermano, le medesime angolosità, un'identica freddezza. Un discorso che va da Dürer a Schongauer fino a Sclemner e ai grafici tedeschi del Sessantotto.
La tecnica di Nicolò D'Alessandro non è che lo sviluppo in chiave contemporanea di quel mondo duro, spigoloso, freddo, ma tutto ciò non è la semplice prosecuzione d'uno stile quanto lo sviluppo di una metafora europea che solo oggi, alla luce dei fatti, può apparire chiara.
Dal suo segno tagliente scaturiscono volti acuti come il becco di un'aquila, profili "aquilini", arti che diventano artigli, sessi che assumono forma di cunei, amplessi che si trasformano in esecuzioni o in supplizi. E sono eseguiti non con il segno tremulo di un semplice pennino ma con il taglio d'un colpo di rasoio. Non segni, dunque, ma veri e propri tagli dai quali schizza il sangue nero d'un inchiostro che può rabbrividire: alla vista, cioè, di tutti quei piccoli delitti consumati, senza conseguenze, su un foglio di carta.
I corpi, più che disegnati, sono dissezionati in una specie di autopsia e appaiono disperatamente denudati, miserevolmente esposti sul bianco marmoreo tavolo di un anatomista.
E dagli squarci vengono fuori fasce di muscoli, tendini, vene e arterie scorticate da un bisturi tagliente. Ma può essere ridotto il suo messaggio ad un'impietosa operazione chirurgica?
Se questa apparente mancanza di pietà non rivelasse tutte le durezze di questi tempi, le agonie nelle quali si dibatte il mondo contemporaneo, le atrocità, le abiezioni, l'involgarimento e tutto ciò che vi è di mostruoso oggi, del quale quest'artista gentile non si compiace mai, ma anzi ha eletto il negativo a metafora, impietosamente e forse ne inorridisce tutte le volte che lo disegna, svelando quei sentimenti delicati e segreti ai quali sa che non si può ricorrere, se non volgendo lo sguardo negli occhi di una donna come D'Alessandro mostra di saper fare nei suoi disegni più concilianti.
 
Bruno Caruso,
Nicolò D'Alessandro,
Sellerio editore, Palermo 1991