Un chiasmo di reti finissime
Dal bucranio alla figura erotica, dal cavaliere catafratto all'ex voto, dal giardino delle delizie alla nave dei folli, dai tarocchi ai volti e ai primi piani, il disegno di Nicolò D'Alessandro sfida la vita sul filo dell'immaginazione.
Il suo luogo esistenziale e il suo unico modo d'essere sono il segno, e a un segno che è insieme demenziale e razionale deve l'apparenza contraddittoria del suo originale essere artista. Fedele al segno come a una seconda natura, fedele alle furibonde circolarità, alle tondità che separano il suo mondo da quello aguzzo delle ipotesi, fedele a un'idea e a un bianco- nero che divide in due l'uomo, l'umanità, il prossimo (così come se stesso), D'Alessandro non perde tempo in ulteriori descrizioni: il dettaglio che propone ed espone è sotto gli occhi di tutti, sono le sue tavole, autentiche oppure derivate da grandi modelli come Dürer, Bosch e altri.
Ma in ogni caso sta dalla sua parte la grande pittura rinascimentale tedesca, o se si preferisce mitteleuropea; sono con lui le ansie di una generazione geniale che si è spinta fino all'espressionismo e a Grosz, e a cui la sua satira o il suo grottesco deve pur qualcosa (come la deve, magari senza frequentazione diretta, ai fantasmi umani e all'orrida invenzione di un Alberto Martini). Penso a certi incisori slavi, polacchi o romeni cresciuti nelle terre prossime a quelle di Vlad detto Dracula; penso a certi film espressionisti, pieni di terrificanti effetti del bianco- nero; penso a Drayer e a tutto quanto ha fatto spavento nel buio della sala o dell'inconscio.
Ed ecco che le navi fantasma e i volti dei folli si confondono in quella figura deliziosamente incrociante che è il chiasmo: un chiasmo di reti finissime, anzi di retini, di sofisticati giochi di curve e di rette, dove però le prime prevalgono, e s'incrociano, e si dilatano dove non ci si attenderebbe.
Per fare un esempio, mai come nei volti di D'Alessandro si scopre il grifagno profilo dell'uccello; ogni viso perde la sua nobiltà umana (se c'è) per mimare un corvo, un falco; e un grifo dopo l'altro procede a disegnare un'atroce, ossessionata e ossessionante umanità. E, come si comprende, una umanità senza umanità, un umano privo di senso dell'altro, pieno di cattiva intenzione, di tensione e di ansia, così da trasformarsi in predatore, in malvagio non-uomo, in pirata di sentimenti. Ma tutto questo l'artista lo scopre lentamente, segno dopo segno, e non dimenticando mai la grande scuola, la splendida bottega d'arte che è il passato: a cui aggiunge di suo l'idea moderna di essere dentro la vita di oggi, copertamente metaforizzando dal Condottieri e Guerrieri sino alle facce di pesce e, si diceva, d'uccello.
E a finire "in becco d'uccello" sono, oltre le Condottiere, Cechov, i Fumatori, il Personaggio, dell'82, la Maschera, la Donna con piuma dell'85 e quella, terribile, dell'88.
E il Bacio fra la ragazza e l'uccellino sarà, in realtà, il saluto o il tastarsi di due uccelli, mentre il Tuareg dal volto coperto e quasi invisibile terrifica e affascina come un essere mostruoso.
Se il nero è il colore del segno, sul bianco del foglio l'umano non si scorge che nell'unione della nettezza dell'immaginazione con la foga dell'invenzione.
Ma una nettezza infuocata e una foga frenata: come se tutto venisse giocato sulla trasposizione incrociata, come se ancora si tentasse la via lucida dell'estetica del chiasmo, indotto dalla recitazione a fior di labbra di un reale doppio, confuso, iterato e scambiato. Così da rendere plausibile, anzi necessario come un esergo, in copertina di questo suo ultimo catalogo, il notevole ed enigmatico Colpo di pettine, una china su cartoncino del '90, dove un viso si oscura di capelli, ovvero dove i capelli, realtà oscura, impediscono di conoscere in chiaro tutto l'orrore di un viso umano.
Tremendamente dolce, atrocemente infelice o cupamente malvagio.
 
Gilberto Finzi,
Nicolò D'Alessandro,
Sellerio Editore, Palermo 1991