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Il
lavoro rende liberi.
Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi).
Questa cinica scritta sovrasta la porta attraverso la quale si accede
allex maggior campo di concentramento nazista per polacchi e detenuti
di altre nazionalità, divenuto poi il maggior centro di sterminio
degli ebrei europei di Oswiecim (Auschwitz). E la frase che mi ha profondamente
colpito, varcando quella maledetta porta, mi offre la possibilità
di una scoperta riflessione sul significato opposto che esprime. Questi
luoghi che hanno raccolto e vissuto la ferocia della follia di uomini
contro uomini indifesi, raccontano la tragedia del lavoro imposto come
sfruttamento, come ultimo definitivo passaggio verso la conclusione.
Eppure il lavoro, nel più alto e nobile concetto di civiltà,
è la libertà dellindividuo, coincide con la sua creatività,
con la sua capacità inventiva, lo rende animale culturale, infine
lo relaziona agli altri. E tuttavia questa frase campeggia sinistra e
provocatoria allingresso di quel luogo infernale.
Per darmi una risposta da contrapporre alla subdola scritta prima richiamata,
il lavoro rende liberi, alludo proprio al significato opposto, riferendomi
a quel lavorare stanca, di Cesare Pavese del quale condivido
soltanto la passione per la cultura, così come credo la intendesse,
finestra aperta sul mondo e su se stessi, riflessione sulle proprie ragioni
di essere, ma anche stimolo indispensabile per operare nel brevissimo
tratto che la storia ci concede. E penso al significato che voglio dare
al disegnare non stanca guardando a coloro che ci hanno insegnato a scrollare
la polvere e le ragnatele dai libri, nel mio caso il disegno, per farli
diventare armi dell'intelligenza, lucerne contro il buio, frecce scagliate
verso il domani. Muro di difesa inattaccabile contro limbecillità
del nostro tempo espressa da una superficialità disarmante. Lindignazione
viene subito mitigata pensando, ad esempio, alla visione poetica dei disegni
di Gastone Novelli (1925-1968) che attraverso segni (lettere, vocaboli,
immagini) racconta un labirintico itinerario grafico che pare senza fine.
Unavventura disegnata in una trama di messaggi universali che alludono
al senso più autentico delluomo, alla sua coscienza.
Per
me stesso
Avevo
coniato e convinto recitavo: un disegno al giorno toglie il medico
di torno ma anche: disegnare non stanca. Era laffettuoso
invito, una delicata e tenera sollecitazione al disegno come attività
primaria, rivolto ai miei giovanissimi allievi di un tempo, spaventati
soprattutto dalla serietà professorale delle mie intenzioni, per
tutto il lungo periodo del mio insegnamento. Unesortazione, la mia,
che voleva far superare la paura abbastanza diffusa di non saper disegnare,
senza una opportuna voglia e volontà e che, soprattutto a me stesso,
ho sempre proposto per trovare la forza di resistere alle facili chimere,
alle sirene del nostro tempo confuso che invita a ben altri atteggiamenti,
ad altre posizioni mentali. Ed ancora: Lo studio è un mestiere
molto faticoso. Occorre resistere alla tendenza di rendere facile ciò
che non può esserlo. Questa affermazione di Antonio Gramsci
lho fatta mia da sempre, da quando ragazzino (e poi per tutta la
vita) mi misuravo con il disegno. Centinaia e centinaia di studi diarizzano
la mia esistenza, ormai, la voglia di raggiungere la verità del
segno, la qualità dissennata di un sogno mai realizzato: saper
disegnare bene.
Sono consapevole quanto poco popolare possa essere, per chi vuole sostenere
la logica del sacrificio e del lavoro in una epoca così contraddittoria,
una posizione del genere, ma ancor meglio affermo e tanto me ne convinco
da farne una ragione di vita, che lunica strada per non cedere alla
faciloneria e alla superficialità del nostro tempo è cercare
nel proprio operare quegli elementi di riflessione che nascono dallapprofondimento
del lavoro portato sino alle estreme conseguenze.
Disegnare
non stanca, è dedicata soprattutto ai più giovani,
a quelle generazioni alle quali egoisticamente e distrattamente non abbiamo
voluto o potuto dare il senso vero dellimpegno, del sacrificio e
dellidealità che ha sempre portato luomo a riscattare
se stesso attraverso il lavoro. Sgombro il campo subito, se ce ne fosse
il bisogno, dallequivoco interpretativo che disegnare non
stanca possa riferirsi allimpegno speso per i miei disegni
o alla vanità del fare. Disegnare non stanca, davvero. La quantità,
certamente eccessiva e quasi sicuramente gratuita dei disegni da me realizzati
nel corso di decenni cautela soltanto lamore, la mia curiosità
per il mondo. Nientaltro. La qualità che spero di potere
esprimere, forse, serve poco alle scoperte riflessioni che amo sollecitare.
Molti sicuramente non condivideranno queste riflessioni basate sul lavoro
come sacrificio, come inevitabile perdita di lucidità legata ad
una posizione del genere. Ma lavorare (disegnare nel mio caso) non stanca
davvero. Anzi restituisce il piacere indivisibile del riflettere, dellapprofondire
la propria percezione del mondo. Esercitarsi (disegnare) è provare
gioia in questo insistere che poi è esistere. Disegnare è
anche bello. Forse il talento altro non è che la persistenza del
piacere nel disegnare. Per quel che mi riguarda questa tensione immaginativa
che mi porta quotidianamente al disegno da quandero ragazzino mi
fa dichiarare, convinto, che non posso più farne a meno.
Il
gigantesco e il minuscolo
Il
gigantesco e il minuscolo, soprattutto nel disegno, sono correlati. Del
resto, a tal proposito, Blaise Pascal diceva: luomo è situato
tra due abissi, linfinitamente grande e linfinitamente piccolo.
Alberto Giacometti è interessato ai minuscoli personaggi nei grandi
spazi, il grande vuoto dove si muovono, si agitano. E lui stesso, tra
laltro, è stato ossessionato dalla distanza che separa lartista
dal suo modello. Il disegno, in quanto utilizza il tratto, il punto, la
linea, può essere goduto alla stessa distanza di lettura di chi
lo realizza.
Bisogna entrare dentro, stabilire un rapporto con il disegno piccolo,
inoltrarsi verso il particolare. Concentrarsi, aiutando losservazione
e quindi linteriorizzazione. Per confermare ciò che affermo
richiamo lattenzione a tutto il mio lavoro, a quella ricerca del
dettaglio e del trascurabile, dal quale si possono trarre nella realtà
virtuale della carta, motivi dialettici che in qualche modo hanno a che
vedere con la realtà intima e segreta.
Le problematiche del minuscolo del resto, nellarte occidentale,
appaiono con chiarezza nelle piccole vedute architettoniche di Pompei,
nei codici miniati medievali, nelle pale daltare.
Amo descrivere le moltitudini, ne sono la prova tra gli altri disegni,
la Valle dellApocalisse, Processione a Palermo, la Valle, Paesaggio
ortocentrico, le Icone, gli Emakimono e tengo molto al dettaglio, al particolare
insistito al limite di un atteggiamento manieristico. Dalla grafica giapponese
ho appreso, inoltre, il senso profondo della serialità che consente
di approfondire la capacità di visione e della memoria necessarie
alla concezione complessiva.
Oggi è difficile attardarsi, ritrovare la voglia e il tempo, concentrarsi
per vedere le cose da vicino immersi come siamo nel gigantismo di una
realtà percettiva che si è dovuta adattare ai grandi spazi
siderali del sempre più tangibile universo.
Rimango perplesso quando i grandi deformatori contemporanei
della realtà visibile molto spesso non sanno disegnare. Quando
rifiutano questa pratica poiché non le danno importanza e non lo
vogliono fare. Mi chiedo come facciano a comprendere la cultura figurativa
del passato e quella contemporanea se lapproccio è superficiale.
La ricerca rivoluzionaria dellarte contemporanea, in
fondo, non è altro che lancestrale ricerca della felicità,
di uno stato di grazia attraverso la quotidiana infelicità delleterno
presente sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Nel disegnare, uso
limmagine come filtro per percepire questo ammalato mondo di immortalità,
per tradurre il mio disagio. Creo una metafora della mia esistenza,
contro le insensate certezze dichiarate che quotidianamente tutti subiamo.
Semplicemente, faccio disegni; non compio alcuna rivoluzione. Tento
di rivelare, non di rivoluzionare. Sin da ragazzo disegno ciò che
amo, ciò che mi interessa, ciò che mi colpisce quando viaggio,
cammino, mi guardo intorno e non per fermare la storia né per esorcizzare
la morte ma per poter capire meglio dove vivo.
Il disegno è unarte che deriva dallesperienza personale
e dalla tradizione e che rivela i significati più intimi del mondo
interno e gli aspetti e i significati più profondi del mondo esterno.
Disegnare è soprattutto fonte di grande piacere per quella sensazione
di estraneamento della realtà, di grande isolamento dalla percezione
del quotidiano, un procedere che consente di sondare tutti i percorsi
del pensiero. Locchio vede sempre una linea. Un contorno, la circumscriptione
definita da Leon Battista Alberti in De Pictura (Libro II) ed anche: lattorniare
dellorlo nella pictura. Racchiude una forma. Locchio
vede il colore sempre in funzione di una linea. Ogni segno visibile ci
riconduce inevitabilmente ad una linea.
In ognuno di noi cè il disegno, non la sua possibilità
espressiva, ma il disegno stesso. Lesigenza universale di tradurre
la realtà esteriore in realtà interiore. Il disegno è
un linguaggio universale. Patrimonio di tutti. Non soltanto di chi disegna
ma anche di chi vede ha in se quella virtù di completare e suggerire
altri aspetti del visibile, del conoscibile, di coinvolgere dentro laspetto
creativo losservatore e di farlo disegnare anche soltanto guardandolo.
Penso alla straordinaria qualità interiore, agli ibridi favolosi
dellamico e maestro del disegno Tono Zancanaro (1906-1985) ai metamorfici
disegni del Gibbo che costituiscono un diario grafico irripetibile (circa
tremila fogli) durato per quasi dieci anni dal 1937 al 1945. Migliaia
di disegni che si assommano alle interminabili serie di Satyricon,
delle Brunalbe, di Circe e delle Circerie, delle
Bellone di ferragosto e delle Visioni di Palagonia,
delle Levane, delle Caruserie, che tra il grottesco,
il parodistico, il comico, lepigrammatico raccontano una stagione
grafica, in Italia, tra le più alte di questo secolo. E a Tono
debbo molto, ai suoi disinteressati insegnamenti, alla sua amicizia e
alla stima per la mia grafica che apprezzava sinceramente, ma soprattutto
al quel senso prorompente del lavoro e della fatica del disegnare come
pratica quotidiana, che tanto lo caratterizzava.
Ciò che conta è il disegno. Bisogna attaccarsi unicamente,
esclusivamente al disegno. Se si dominasse un pò il disegno, tutto
il resto sarebbe possibile. Sono queste affermazioni che traducono
il pensiero artistico di Alberto Giacometti (1901-1966) che amo particolarmente
ricordare. Il disegno è tutto, diceva.
Il grande Giacomo Manzù (1908-1991) esalta nel disegno la sensibilità
della sua scultura e sembra non avere dubbi su questa cosa fragile,
sensibile e potentissima. Disegnare, per il grande scultore, è
fare ogni volta una nuova scoperta: la scoperta di un segno è
bellissima, sempre commovente: un foglio di disegno può dire tante
cose.
Un altro formidabile disegnatore è Bruno Caruso "Il disegno
- è soprattutto saper disegnare. Ed è il solo modo di dire,
di parlare, di esprimersi senza equivoci e senza malintesi. Poi viene
il resto, tutto il resto, il dippiù e che è cosa enorme.
Ed allora il disegno, che può essere praticato solo da chi sa farlo,
serve a far vibrare le immagini del mondo, a dare vita a un segno (caricandolo
di energia vitale), a raddoppiare la forza delle cose, a moltiplicare
le emozioni. Soltanto una intenzione precisa e consapevole (la tecnica)
consente di liberare l'istinto dell'arte e l'istinto (cioè l'estro)
carica quel segno di una grande dignità, gli dona la grazia. Il
"dono" sta nell'estro non nella "gratuità".
Ma quando esiste il buon risultato, che è sempre perentorio
e prepotente, l'invenzione assume un ruolo altissimo, ed eleganza coincide
con moralità, delicatezza e violenza si fondono, rabbia e amore
palpitano insieme; e gioia, dolore, amore, violenza sono ormai latenti
sul foglio e il disegno acquista finalmente vita: l'opera è illuminata
dalla grazia".
Saper disegnare significa anche conoscere le regole della composizione,
dellequilibrio simmetrico e quello asimmetrico, conoscere e saper
identificare la proporzione.
Molto altro prenderà definitivamente il posto di Giotto o di Michelangelo
o di Goya o di Dürer e annullerà questo straordinario mondo
virtuale di immagini, questa partecipata visione emotiva del mondo attraverso
il disegno e la sua rappresentazione visibile.
Probabilmente, come pare stia già accadendo, questo mondo rappresentato
sarà sostituito da altri desideri, dipenderà da altri metabolismi.
Intanto, sin quando ce ne sarà data facoltà, per quel che
mi riguarda, continuerò a credere nel disegno, nel suo linguaggio,
nel suo valore fondante anche perché per dirla con Manzù
il disegno è sempre una speranza.
Palermo,
primavera 2001
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